Crescent, la sentenza “salva-De Luca” che legittima la politica: «La Soprintendenza doveva incidere»

di Andrea Pellegrino

Ci sono diversi spunti e novità nelle oltre 300 pagine di motivazioni della sentenza Crescent, che ha assolto – nel mese di settembre dello scorso anno – tutti gli imputati, ex sindaco De Luca compreso. Che fosse un processo politico s’era compreso fin dall’inizio. Non fosse altro che l’eventuale condanna dell’attuale presidente della Regione e di ex assessori, oggi quasi tutti consiglieri regionali, avrebbe cambiato la geografia politica non solo cittadina ma anche regionale, mutando inesorabilmente il corso della storia.

Tutti assolti, insomma. Compresi gli imprenditori con una riserva, però, sulla gestione della vicenda da parte della Soprintendenza di Salerno. Per loro, il reato di falso è stato prescritto ma non ci poteva essere – per i giudici – l’assoluzione. In riferimento soprattutto al famoso e contestato silenzio assenso, l’autorizzazione paesaggistica alla base della costruzione del Crescent, poi annullata dal Consiglio di Stato e riprodotta con tagli dell’intero settore pubblico, all’atto della nuova pronuncia della Soprintendenza.

La sintesi dell’articolata sentenza potrebbe essere questa: la Soprintendenza aveva il dovere e l’autorità per contrastare, modificare l’opera. E non avrebbe esercitato il proprio potere – secondo i giudici – non per le pressioni della politica, dunque di Vincenzo De Luca, quanto per la sua stessa “debolezza”. La politica non c’entra, così come Vincenzo De Luca, sempre per la sentenza di primo grado, non ha esercitato nessuna pressione.

Le motivazioni smontano quasi tutte le tesi della Procura, a partire dal rapporto tra interesse politico e quello pubblico. Che ben spesso, sostengono i giudici, coincidono e non sempre quello politico si può considerare come semplice mezzo elettoralistico. Nei successivi passaggi il ruolo di De Luca e della sua giunta vengono meglio esplicitati. L’ex sindaco, dalla sua, leggendo le motivazioni, aveva sì interesse, per i magistrati quasi legittimo, di porre la propria attenzione sull’opera, essendo la realizzazione del Crescent e di Piazza della Libertà, una delle azioni chiave della sua gestione amministrativa e del suo programma politico. Una condizione, questa, preposta ad un vertice politico di un ente territoriale che mette in campo le sue opere secondo una ben precisa “opzione ideologica”, che arriva, in sintesi, “attraverso un processo di selezione democratica”. Fino a quando “non si addivenga alla dimostrazione di una torsione della scelta di gestione della cosa pubblica ad interessi privati e alla realizzazione di un ingiustificato vantaggio in favore di soggetti specifici, l’interesse politico di un sindaco può tranquillamente coincidere con l’interesse pubblico”.

Tanto più, si apprende in un ulteriore passaggio, che esclude responsabilità degli amministratori, che “si trattava di un intervento pubblico di riqualificazione urbanistica deliberato non dalla giunta ma dal Consiglio comunale di Salerno e ritenuto dalla maggioranza un’opera di interesse collettivo volto a mutare in meglio la fisionomia di una zona degradata del territorio comunale”.

Insomma, la sentenza stabilisce una sorta di “precedente”: l’organo politico ed i suoi vertici possono giustificare un intervento, così come d’altronde sostenuto fin dall’inizio dallo stesso De Luca, se si agisce in un’area precedentemente degradata. Nel caso specifico le famose e note “chiancarelle”. E non si può contestare, sempre secondo i magistrati, la fretta, dovuta alla “paura” di un “mutamento della maggioranza politica ed in subentro di una contraria al progetto”.

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