Cosa stiamo diventando?

di Alessandro Rizzo

Mi ha colpito molto in questi giorni la notizia della bambina a cui a scuola hanno dato da mangiare cracker e tonno solo perché indigente e impossibilitata a pagare la retta della mensa.

Mi si sono aperti nella mente una serie di temi, tutti molto complessi, ma tutti estremamente connessi con l’essere, col quotidiano. Ho provato vergogna. Sì, lo dico apertamente. Vergogna perché ho amministrato un Comune e so che a mali estremi esistono dei rimedi, anche se estremi, a volte più del male stesso. So che quando c’è una acclarata situazione di difficoltà, del tutto incolpevole, di una famiglia, le persone, prima ancora che gli amministratori comunali, intervengono. So delle tante volte in cui mia moglie mi ha fatto sentire Uomo con la U maiuscola perché magari a casa la sera le ho raccontato dei 20 euro dati a tizio, realmente bisognoso, e lei mi ha guardato con orgoglio. Lo so perché so che questo vuole che apprendano i suoi figli.

Non ho potuto neanche fare a meno, però, di notare quante incongruenze e illegittimità ci sono in quella scelta. Disconosco il metodo di quegli amministratori comunali, lo trovo censurabile, catastrofico ed illegittimo. E andrebbe sanzionato senza pietà. Quando si attiva un servizio di mensa scolastica si pensa alla salute dei nostri bambini e anche al loro benessere. Si vigila su questo, iniziando dalla formulazione di piani alimentari per i quali ci si serve di professionisti, si sottopone all’Asl il piano alimentare, lo si fa approvare e, con tutti i visti che campeggiano in bella mostra, si espongono i “menù” negli atrii delle scuole. Questo accade a San Mango Piemonte, paese che ho amministrato per dieci lunghi anni, e mi sconvolge che questo non accada in un paese del nord Italia (ah già, amministrato da un Sindaco leghista).

Il Comune non avrebbe mai dovuto violare le regole della buona alimentazione! Mai! Piuttosto avrebbe dovuto programmare di intervenire economicamente a copertura dell’intera retta e, semmai, iscrivere al ruolo coattivo a carico della famiglia la quota parte a questa spettante. E magari, perché no, chiedere l’intervento dei servizi sociali e capire se non sia possibile aiutare la famiglia anche -seppur con discrezione- passandone al vaglio le abitudini.

Perché le abitudini, vi chiederete. Perché non sempre lo stato di indigenza consegue a condizioni oggettivamente inevitabili o fortuite. Ci sono padri e madri incapaci di pagare una retta perché i soldi li buttano nei videopoker o dietro ad altri vizi. Ecco, quei genitori non sono adatti a crescere un figlio e lì il Comune deve intervenire diversamente.

Abbiamo del tutto perso i valori del socialismo, quel socialismo sano in cui la parte produttiva della Società viene chiamata a contribuire anche per chi è meno fortunato. Il tutto in uno Stato capace di intervenire anche drasticamente quando il problema sia tutt’altro che fortuito, ma causato dalla scelleratezza delle persone.

Ma poi penso che quel Sindaco è un leghista e come tale non si ispira ai valori del socialismo. Per nulla. Sicché mi viene voglia di rivolgermi agli elettori della lega, specie quelli del sud e provare a parlare la loro stessa lingua; dirgli che anche il fascismo del ventennio si ispirava in qualche modo al socialismo. Non si illudessero, non sperassero in un ritorno, che quel che si vede oggi al massimo ne è una caricatura.

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