E’ severamente vietato…

di Vincenzo Benvenuto

«È vietato severamente…». Fermo davanti al cartello del parco Mercatello, ho un sentore di qualcosa di superfluo. Percorro a piedi l’umbratile distanza tra il parco stesso e l’ufficio postale di Mariconda. L’«è vietato severamente», però, me lo porto fin al cospetto dell’addetto alla posta inesitata. «È inutile,» precisa l’impiegato «abbiamo l’ordine tassativo…è severamente vietato…». Ecco cos’era quel disagio davanti al cartello del parco: nel momento in cui si dice o si scrive «è vietato», è superfluo aggiungere un avverbio («severamente», «assolutamente», etc .).

Il participio passato «vietato» dovrebbe essere così forte, così categorico, da non consentire alcun altro rafforzativo. «È vietato». Punto. Stop. Non si può vietare poco o vietare assai. Analogo discorso si può fare con il verbo «amare». Se io amo, amo. Se il mio sentimento verso qualcuno o qualcosa è inferiore all’amore, io non utilizzo «amo poco», bensì faccio ricorso a un verbo meno esaustivo e coinvolgente come «piacere», ad esempio. Non c’è niente di meglio della lingua, organismo vivo e sensibile, per descrivere le abitudini di un popolo.

Una nazione che ha bisogno di rafforzare un lemma che di per sé dovrebbe essere già il non plus ultra, non è una nazione affidabile. Il tristemente noto «achtung» tedesco, infatti, non viene nemmeno sfiorato dal dubbio che qualcosa possa renderlo più forte. In esso già è concentrato l’acme dell’imperio.

Nel 2010, l’ottimo Gianrico Carofiglio, ha pubblicato «La manomissione delle parole», edito da Rizzoli. Ebbene, in quest’opera lo scrittore usa il termine manomissione sia come denuncia che come auspicio. Come denuncia, perché invita a non, per l’appunto, manomettere, travisare le parole, tradendo il loro significato originario e attribuendogli una gradazione più o meno forte di quella che ontologicamente hanno. La manomissione come auspicio invece, è insita nella sua etimologia che risale addirittura al diritto romano: «manomettere», dal lat. manumittĕre, propr. «mandar libero (mittĕre) con la mano (mănu)», per est. «rendere libero dalla schiavitù».

Ecco, l’auspicio dello scrittore a liberare le parole vuole essere anche una sorta di missione che ognuno di noi deve impegnarsi a portare a termine: scrivere, parlare, dando il giusto peso ai vocaboli utilizzati. Possiamo iniziare già in occasione di queste feste facendo, ad esempio, gli «auguri» e non i troppo inflazionati «augurissimi». Che poi, sia chiaro, se in questi giorni il destinatario dei nostri auguri vince il superenalotto, si fidanza con miss universo, scopre la fonte dell’eterna giovinezza, beh, in questo caso (ma solo in questo caso!), che «augurissimi» siano, per Diana!

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