Lavoro: le colpe di tutti

di Andrea Pellegrino

E’ la settimana del lavoro, del primo maggio. Troppo facile affidarsi alle frasi fatte e di circostanza che la liturgia impone. Cercheremo, nel nostro piccolo, di fotografare quel che vediamo o raccontiamo quotidianamente. Partiamo dal reddito di cittadinanza: l’illusione per i giovani (o meno giovani) di poter ricevere un obolo dallo Stato senza lavorare. 

Settecento euro, più di un lavoratore di un call center o di una commessa. Insomma, un Eldorado che i Cinque Stelle hanno promesso di regalare per mesi ad una vasta platea fino all’arrivo dei primi soldi che in molti casi non hanno superato i 200 euro. Forse, a cifre emerse, si capirà la reale funzione del Reddito di Cittadinanza: una misura destinata non a chi non ha voglia di lavorare, ma a chi ha reali problematiche economiche e di sostentamento.

Per il lavoro, sempre nel nostro piccolo, una rete di centri per l’impiego (ex collocamento) più organizzata e realmente funzionante agevolerebbe l’intersezione di domanda ed offerta. Magari, se le pubbliche amministrazioni (ministeri compresi) evitassero di proporre incarichi gratis o ausiliari del traffico a costo zero (è il caso della ricca Positano), si creerebbe qualche occasione retribuita in più. Se non si utilizzasse a proprio piacimento la crisi come mezzo di risparmio salariale, forse ci sarebbe meno rabbia in giro.

Insomma, nel mentre si valutano super misure e portando alla realtà il reddito di cittadinanza, qualcosina nell’immediato si potrebbe anche fare. Il primo maggio è la festa dei lavoratori. E’ l’occasione per tracciare un bilancio, per combattere le ingiustizie, ma da qualche tempo dovrebbe essere anche un momento per educare le nuove generazioni al nuovo mondo del lavoro. Non più quello di un tempo legato al posto fisso, bensì quello che impone nuovi ritmi, orari, giorni ed impegni. Chissà quanti cresciuti nel mito della sacralità del weekend o delle feste comandante siano disposti a lavorare in queste circostanze.

Gli imprenditori sostengono che ne sono sempre meno. E sono quasi tutti giovanissimi, provenienti dalle ultime generazioni, poco devoti al sacrificio e completamente all’oscuro dell’evoluzione (naturalmente in negativo) del mondo del lavoro.

In ultimo, i sindacati che – un po’ come la politica – non sempre hanno fatto bella figura. Forse anche in questo caso una bella ventata di novità non farebbe male. Soprattutto in questo momento. A partire dai privilegi: meno distacchi sindacali, più attenzione ai soprusi e alle ingiustizie che avvengono dalla più piccola alla più grossa azienda privata. Anche in questo caso, basta davvero poco per cambiare.

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