Fulvio De Maio: «Salernitana, occhio ai giovani»

di Matteo Maiorano
La Salernitana, per molti, non è solo una squadra di calcio. Rappresenta un polo di aggregazione, passione, successi, casa. Fulvio De Maio ha trascorso all’ombra del Vestuti gli anni più belli della sua carriera, senza mai staccarsi da casa, se non in qualche breve parentesi.

Cresciuto tra i vicoli della città d’Ippocrate, il portiere granata ha difeso la porta dell’impianto cittadino raccogliendo oltre sessanta presenze tra i professionisti a cavallo degli anni ’70. Entrato giovanissimo nel giro della Salernitana, di quegli anni De Maio ricorda molta aneddoti legati alla formazione “Berretti”, che nel ’69 conquistò il maggior titolo a livello giovanile del sodalizio granata. L’ex numero uno guarda con nostalgia al passato, ammonendo a tal proposito il lavoro dei due patron in ottica giovanile.

A che età ha debuttato in maglia granata?

«Era il ’70 quando, all’età di 16 anni, esordii da titolare nel campionato di Serie C contro il Matera. Finì 1-1, in una cornice di pubblico meravigliosa. Entrare a far parte della Salernitana allora prevedeva modalità diverse da quelle odierne: potevi infatti entrare a far parte del Nag, il quale era un nucleo di addestramento delle giovani leve granata, che faceva capo alla Salernitana. Era gestito da Matteo Severino, il quale fu in seguito promosso a responsabile del settore giovanile negli anni della presidenza Soglia. Egli seguiva da vicino le gesta dei giovani che ascoltavano i dettami tattici di mister Mario Saracino. Al Nag ho fatto tutte le trafile, fino a giungere alla Berretti». 

Nel ’69 la formazione giovanile si fregiò del titolo italiano di categoria…

«Fu un gran momento per la Salerno calcistica. Il trofeo Dante Berretti è stato ricordato a lungo come unico riconoscimento a livello nazionale del quale poteva far mostra la Salernitana (fino al successo in Coppa Italia di Serie C nel 2014, ndr). Sono molto orgoglioso di aver fatto parte di quel grande gruppo. Pochi anni fa abbiamo organizzato un revival in ricordo di quel meraviglioso spogliatoio. Vincemmo la coppa quando alla presidenza c’era l’avvocato Giuseppe Tedesco: al fallimento della Salernitana Sport l’allora patron Aliberti acquistò i trofei vinti fino ad allora dal sodalizio. In occasione dell’incontro organizzato dai vecchi calciatori che composero la rosa, Aliberti donò il trofeo al nipote del presidente Tedesco, Michele. Fu un omaggio simbolico, per il lavoro svolto dall’avvocato nei confronti dei più giovani».

Oggi come valuta l’operato della società in ottica giovanile?

«Male: seguo poco le vicende delle squadre minori. L’errore della Salernitana è quello di non aver puntato, negli anni, alla crescita di nessun calciatore proveniente dal proprio vivaio. Questo purtroppo dipende anche dall’ambiente: spesso a Salerno si vuole tutto e subito, mentre bisogna lasciare ai calciatori anche margini d’errore. Nell’attesa, questo diventa uno dei fattori di insuccesso della prima squadra. Negli anni in cui giocavo sono esplosi tanti elementi di spessore: per ricordare un gruppo promosso in blocco come ai miei tempi si è dovuto aspettare decenni. Oggi non c’è mai tempo».

Con quali suoi ex compagni di squadra ha legato maggiormente?

«Ho ricordi intensi dello spogliatoio. La Salernitana targata ’72-’73 è stata la più forte in cui io abbia mai giocato: feci una decina di presenze, al fianco di calciatori del calibro di Mauro Pantani e Giuseppe Valsecchi. Coltivammo un grande rapporto, con diversi di questi mi sento ancora oggi. L’unico anno in cui si avvertirono ruggini all’interno del gruppo fu nel ’75, sotto la gestione di patron Pietro Esposito. L’esonero di Rinaldo Settembrino divise lo spogliatoio, la squadra subì un contraccolpo psicologico non indifferente. Nonostante questo, la Salernitana fece un ottimo cammino; probabilmente se non vi fossero state frizioni interne avremmo vinto il campionato. Luigi Cappelletti, Michele Vitulano, Antonio Capone, Paolo Petraz, Alessandro Abbondanza: la Salernitana poteva contare su calciatori di altra categoria. La mancata promozione fu un caso».

Come guarda alla prossima stagione?

«Speriamo anzitutto di arrivare alla soglia utile per la salvezza. Io ripartirei dall’organico del campionato in corso, dando magari continuità a diversi elementi che si sono fatti notare, quali Valerio Mantovani e Marco Migliorini. L’allenatore, chiunque sarà, faccia meno danni possibile. La continuità di gruppo è fondamentale per vincere in serie B».

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