L’idraulico Gustavo

di Vincenzo Benvenuto

È arrivato Gustavo l’idraulico. Gustavo è mio coetaneo. È stato l’esempio negativo che, una volta addidatomi come miserevole approdo a cui può portare l’ennesimo quattro in greco, mi ha spinto a suffumigi di versioni e ottativi. E io me lo ricordo ancora, papà.

Dapprima il mento spianato sul malarnese, di poi l’indice fracristoforesco (“Verrà un giorno…”) che mi prospettava la fine ingloriosa di Gustavo se non avessi colmato quell’insufficienza. Indi per cui, eccomi a sobbalzare nel cuore della notte; a immaginarmi sporco, con la chiave a pappagallo arrugginita tra le mani. Sta di fatto che la mia pigrizia mentale, stroncata da quell’infausto presagio, ci mise ben poco a lasciare il posto a un iperattivismo capace raggiungere la sufficienza in greco: troppo, infatti, era il disgusto al solo immaginare una vita da Gustavo.

La stessa vita che adesso mi trovo, mio malgrado, a guardare con altri occhi. Da una parte il Suv Bmw con il quale è arrivato l’idraulico, uscito dal parco della sua villa; dall’altra, la mia fiat 600 cointestata con mammà che sgaiattola fuori da casa dei miei; e ancora, per un verso, il costo notevole della riparazione durata non più di dieci minuti; per l’altro verso, la parcella miserrima per una messa in mora che mi ha portato via una buona mezz’ora di lavoro. I fallimenti si generano dalla comparazione di dati. Il resto è aria fritta. «Ma tu non pensi alla cultura, all’istruzione!» mi ammoniscono gli occhi comunque “pigliati collera” di papà. Io pur andando fiero, nell’ordine, della mia laurea rigorosamente fuoricorso, dei miei esami al netto di pelose sponsorizzazioni, di quel pizzico di cultura che mi contraddistingue, non posso non sentirmi leggermente frustrato.

Lo sciacquone riprende a funzionare. Il costo della chiamata e il prezzo della riparazione vengono pagati. Gustavo s’accinge a lasciarci con la magra consolazione, mia e di papà, del nostro investimento sulla conoscenza e sulla cultura. Risorse queste, santo Iddio, che mai e poi mai baratteremmo con la chiave a pappagallo di Gustavo. In parte rinfrancato, sorveglio, occultato dalla tenda del salone, l’uscita del Suv bianco affronto. Sortita ritardata che alimenta la suspence. Troppo ritardata.

Suonano al citofono. Mi vien da sorridere pensando che Gustavo possa aver dimenticato la chiave a pappagallo. Io, per parte mia, non sarò mai costretto a ritornare sul luogo di lavoro per riprendere un oggetto smarrito. Non avrò mai la necessità di recuperare il classico ferro del mestiere senza il quale la mia operatività è nulla. Pregusto già la soddisfazione nel vedere la sua mano callosa alla ricerca dello strumento della sua fatica.

«Scusatemi, avevo dimenticato il libro. E domani ho l’esame», “Critica della ragion pura”. Ovviamente, Kant. Mio padre s’affloscia sulla poltrona. Io mi aggrappo alla tenda dalle volute divenute, d’un tratto, soffocanti.

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