Deus caritas est!

di Alessandro Rizzo

Lo disse papa Benedetto XVI nel Natale del 2005 affrontando il delicato tema della carità. Ho letto in questi giorni opinioni molto discordanti, anche nella bocca dei politici, riguardo il gesto dell’Elemosiniere del Papa compiuto nei giorni scorsi. Voci stridenti a destra e a sinistra, per la verità, che riconducono ad un dibattito antico quanto irrisolto: non sempre ciò che è giusto coincide con ciò che è legale. Tant’è. Nel ventennio era illegale aiutare gli ebrei eppure tutti consideriamo un eroe Gino Bartali, che diventò una staffetta nascondendo nel sellino della sua bicicletta le veline che salvarono la vita a decine di ebrei. E pensare poi che tanto eroismo fu richiesto dal Cardinale Dalla Costa fa capire che la questione non era affatto religiosa; semmai era etica. E non sempre l’etica coincide con ciò che è legale.

Sicché secondo taluni Monsignor Konrad Krajewski non avrebbe dovuto violare la legge, riallacciando la corrente staccata al palazzo Spin Time. Certo, sulla legittimità del gesto ci sarebbe tanto da dire. Ma ci sarebbe tanto da dire anche sullo stato di emergenza che ha indotto l’Elemosiniere ad un gesto tanto eclatante, di cui egli stesso probabilmente non aveva ponderato con attenzione le possibili conseguenze. Ma che altrettanto probabilmente, se le avesse ponderate, avrebbe compiuto ugualmente quel gesto. In quel palazzo ci sono 450 persone e tra queste 98 bambini. Ecco tutto.

Mi sono domandato cosa farei io di fronte ad una condizione di necessità o di emergenza altrui. Ho pensato che se io fossi per mare con la mia barca e mi trovassi di fronte ad un gommone in avaria con su dei bambini, non starei a chiedermi (o a chiedergli) se sono italiani, banchi o neri e se sono entrati nelle acque territoriali legittimamente o senza permesso. Non gli chiederei niente, li trarrei in salvo e stop. Poi, se arrivati a terra scoprissi di essermi reso autore del reato di…non so, violazione di porto sicuro (?), affronterei il processo molto meglio di come non avrei affrontato la mia coscienza o lo sguardo dei miei figli se, al contrario, mi fossi reso complice di infanticidio.

È proprio per questa ragione che storco il naso oggi di fronte a quelli che criticano il gesto di Krajewski, additandolo come illegale, ma si distraggono -beati loro- quando la sera all’Esquilino in Via Napoleone III si accendono le luci di un fabbricato, ugualmente abusivo, i cui contatori sono stati distaccati da Acea nel 2014. Nessuno si cura di capire come sia alimentato quel fabbricato, in violazione dell’art.5 della legge Lupi, così come gli stessi censori non insorgono contro gli abusivi che occupano il famoso stabile del Miur a Roma.

Tra queste voci, quella che meglio si inserisce per la sua incoerenza è quella del solito Salvini che esorta l’Elemosiniere a saldare i conti dell’Acea. Il Vaticano dovrebbe rispondergli di essere pronto; quando il ministro farà pagare i conti a Casapound; o, meglio ancora, potrebbe chiedere di pagarli a rate, in 80 anni, come farà la lega coi suoi 49 milioni di euro. È proprio il caso di dire “da che pulpito”.

La verità è che l’Elemosiniere del Papa pratica la carità cristiana, che è cosa ancor più forte della filantropia. Non è neanche amore verso il prossimo, è forse più espressione di amore verso i poveri vedendo in essi Dio stesso. È dalle parole di Giovanni che Krajewski ha -come disse il Santo Padre- “abbandonato la scrivania”: “da questo riconosceranno tutti che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri”. Come si può spiegare, conformando a legge, il concetto secondo cui ogni gesto di carità fatto ai fratelli più piccoli è fatto a Gesù? Questi sono i moti interiori che rendono del tutto ininfluente ogni considerazione sulle ipotetiche responsabilità penali cui potrebbe andare incontro. Senza tacere che già un centinaio di cittadini sono pronti ad autodenunciarsi e ad assumersi la paternità del gesto se il Cardinale dovesse risultare indagato.

Chi invece, nelle istituzioni dello Stato, volesse per forza di cose lambiccarsi il cervello su questa vicenda, potrebbe interrogarsi sul fallimento dello Stato stesso ogni volta che c’è un bambino senza luce o riscaldamento.

La sottile differenza che corre tra chi si cala in un tombino per un far del bene e non teme di essere giudicato dalla giustizia e chi si eleva su un balcone, lascia la gente in mare e invoca l’immunità.

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