Se Leonardo fosse vissuto ai giorni nostri…

di Vincenzo Benvenuto

1: prendiamo due personaggi, uno contemporaneo, tale Vitiello Gennarino e l’altro del Cinquecento, Da Vinci Leonardo.

2: trasportiamo il genio toscano dalla sua epoca ai giorni nostri.

3: facciamo nascere l’eccelso Leonardo in un paese africano martoriato dalla guerra e/o dalla fame (e qui mi sono giocato la Meloni, Salvini e fascistume cantando…). Postilla: nato in Africa, Leonardo Da Vinci avrà ovviamente la pelle color nero disperazione, ebano privazione.

4: dotiamo Gennarino Vitiello di una ottusità congenita.

Ebbene, dopo aver elencato le regole del gioco, lasciamo i nostri due personaggi, Vitiello e Leonardo, vivere la loro vita rispettivamente a Napoli, rione Forcella, e in Africa, in qualche anfratto di povertà e di miseria qualsiasi. Gennarino nasce in una famiglia ricca perché camorrista, camorrista perché ricca. Pur essendo praticamente scemo, fin da piccolo viene sommerso dalle opportunità che gli cadono addosso e che restano, causa il suo encefalogramma piatto, intonse. Abbandona la scuola dopo essere stato bocciato due volte in II media, poi decide di diventare grande. Scippi, rapine, omicidi. Soldi, donne, droga, appalti. A trent’anni, è proprietario di 40 appartamenti, 10 ferrari, della vita di un migliaio di persone.

Leonardo continua ad avere un’intelligenza fuori dal comune. Ha frequentato qualche anno di scuola, giusto il tempo di imparare a leggere, a scrivere e a far di conto. Ben presto, però, morto il padre, ha dovuto abbandonare gli studi per sfamare la sua numerosa famiglia. Eppure, quando le pause della guerra e un po’ di cibo nello stomaco glielo concedono, Leonardo si sente incompleto. E non tanto per le privazioni materiali quanto, piuttosto, per il bisogno di conoscenza, grezzo e pur doloroso, che gli avvampa l’anima. Un giorno, dopo l’ennesimo tramonto africano, decide di partire. A trent’anni Leonardo sbarca a Lampedusa. È proprietario della sua intelligenza, di una maglietta dell’Italia sdrucita, di una vita in qualche CPR che mortifica la sua dignità. Poco prima di approdare in Sicilia, carne indigesta vomitata dall’Occidente, il nostro Leonardo ha visto lì, all’orizzonte, uno yacht. Se ne stava a beccheggiare indifferente, tra l’ignoranza annaffiata di champagne dei suoi occupanti.

A distanza di qualche anno Leonardo, in procinto di partire per la Francia dopo estenuanti stagioni di raccolta di pomodori, rivede quello yacht. Si ferma a guardarlo più del dovuto. Gennarino Vitiello in persona, allora, esce fuori dalla cabina e gli sbraita contro: «Strunz, che cazzo tien a guardà? Si nun te ne vai, t’ sparo miezz ‘e pall.» e poi, tornando alle cosce calde di Amaranta, «Ma tu vir ‘nu poco» non si capacita Vitiello «‘sti nir ‘e merd: ‘o meglio e ll’or, nun è capace e fa “o” cu o bicchiere!».

Il gioco è terminato. Dopo averlo ringraziato per la sua disponibilità, riportiamo il genio di Vinci nel Cinquecento non prima, ovviamente, di avergli restituito la carnagione rinascimentale. E teniamoci (ahinoi!) l’esercito dei Vitiello che popolano la nostra piccola Italia. A ciascuno (purtroppo) il suo.

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