Il fascismo, la satira e la censura

di Alessandro Rizzo

Sorrido oggi e per motivi diametralmente opposti. Sorrido di gusto perché vedo un florilegio di striscioni penzolare dai balconi, che non smentiscono l’italica ironia. Anzi, semmai ce ne fosse bisogno, ci confermano che in fondo l’unica cosa che non perderemo mai, noi italiani, è la capacità di ironizzare. E poi sorrido di un sorriso triste perché noto che sorride spesso anche chi il sorriso alla gente lo vorrebbe togliere.

Nel settembre del 1934 Anton Germano Rossi scrisse “Il prode capitano o L’arte della guerra”, per la verità capitolo di una più ampia pubblicazione, ricchissimo di ironia sulla guerra e più in generale sul fascismo. Non fu mai censurato. Anzi, si racconta che lo stesso Mussolini ne ridesse leggendolo. Rossi non fu l’unico. Ridi poco” anno 1943, o per essere precisi “XXI anno dell’Era Fascista”, a cura di Mario Buzzichini e Enzo Ferrieri (Hoepli Editore), è un’antologia divertentissima sul fascismo, che vale la pena di leggere anche oggi. Anzi, forse è da considerare eterna perché nel 2006, quando nessuno si sarebbe aspettato l’exploit della lega e l’avanzata di Salvini, Carlo Veneziani vi si ispirò per il suo “vent’anni di beffe”.

Oggi è diverso. Oggi la Digos si presta ad un gioco tremendo: sale sui balconi delle persone a rimuovere gli striscioni che in maniera sempre pacifica e sempre ironica, si permettono di manifestare disapprovazione verso il ministro dell’interno. È assurdo e pericoloso che questo accada. Ma è proprio in queste occasioni che si fa apprezzare la fantasia degli italiani. Come quella dell’uomo travestito da Zorro a Milano o quella del napoletano che al proprio balcone ha fatto sventolare un eloquentissimo “71”, che nella smorfia napoletana si riferisce ad un’attitudine poco lodevole dell’individuo. Altrettanto divertente lo striscione che recita “non lo rimuovete, altrimenti vi sparo per legittima difesa”, facendosi beffa del decreto sicurezza.

La vera forza dell’uomo è la risata, insomma. E il bello della satira è che colpisce senza offendere, senza mai opporre alla sguaiata arroganza una altrettanto volgare replica. Quanto più poi l’espressione politica in voga è violenta, tanto più è facile fare satira. Non sempre orientata a colpire il leader, ma spesso rivolta invece ai suoi emuli, che si diffondono sui territori in atteggiamento talvolta goffo.

Già mi immagino adesso i vari leghisti meridionali, un ossimoro politico di per sé, a studiare la vita dei Santi, ad invocare sui territori la benedizione dei Patroni. La scenetta offerta da Salvini è stata un’offesa all’intelligenza degli italiani. Ancor più se si considera che lui stesso, sul palco, ripeteva l’elenco dei Santi Patroni d’Europa in una evidente interpretazione. Non perché li conoscesse e li riconoscesse, ma perché li aveva imparati e ripetuti esclusivamente per l’effetto scenico voluto. Me lo sono figurato davanti allo specchio a ripetere l’elenco, ad impappinarsi sui nomi, sui luoghi, Norcia, Siena, corretto da qualche suo attaché. Ha approfittato, molto semplicemente, del sentimento popolare e del vuoto lasciato dalla Chiesa nella politica. Quel vuoto che già nel 2018 fu denunciato dal Cardinale Ruini e che oggi si è trasformato in campo di battaglia se non in terra di conquista.

La politica è una cosa seria. A dispetto della satira che vi si può contrapporre, non dovrebbe prestarsi a strumentalizzazioni di nessun genere. Non dovrebbe giocare con la religione, con la cultura e con i sentimenti delle persone. Dovrebbe invece interpretarne le esigenze e risolverle con avvedutezza ed etica.

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