Né vincitori né vinti

di Alessandro Rizzo

Mesi fa avevo previsto il risultato delle europee con una precisione che, a dire il vero, ha sorpreso anche me. C’è stato un momento, durante le proiezioni, in cui ho sperato che i Tg si sbagliassero non fosse altro perché mi irritava aver indovinato con tanta precisione.

Ad ogni buon conto, la domanda più doverosa all’alba delle elezioni è una sola: ma quindi l’Italia è di nuovo fascista? Io francamente non lo credo. L’Italia è opportunista, questo sicuramente. L’Italia riflette poco, questo anche. Non voglio sciorinarvi la solita solfa che chi vota lega è ignorante. Certo, il fenomeno che può portare qui al sud a votare un signore che solo pochissimi anni fa dimostrava la più acuta intolleranza verso i meridionali, non riesco a capirlo del tutto, lo confesso. Però è accaduto e questa cosa va accettata. E neppure si può negare che l’Italia sia penultima in Europa per percentuale di laureati, ma questa sarà solo una singolare coincidenza.

Comunque no, non sono tutti fascisti gli italiani, altrimenti Casapound avrebbe fatto meglio del miserevole risultato raggiunto, che la vede arrivare a meno di un quinto dei voti de “La Sinistra” e molto prossima ad un altro movimento che si chiama “partito pirata” (questo non riesco neanche a scriverlo con la maiuscola).

La verità è che in un contesto di terrificante incertezza politica, la massa si è aggrappata all’unico individuo che ha parlato in una lingua facilmente comprensibile. Poco conta cosa dicesse, l’importante è che appariva convinto, infondeva sicurezza ad un popolo che ormai non ha più alcuna certezza. Non abbiamo certezza di giustizia, non abbiamo alcuna certezza di assistenza medica, non c’è lavoro, la pressione fiscale è alle stelle e i servizi pubblici sono ridotti al lumicino, ma almeno questo Salvini dice cose sensate, ha dato forma alle paure della gente, le ha amplificate e poi si è eretto a salvatore di un popolo che forse, in fondo, non vuole essere salvato. Vuol solo dimenticare; dimenticare le promesse sulle accise e su tutto il resto.

Ma allora intanto cosa è cambiato? Sono cambiate tante cose, certo, ma al governo non è cambiato poi molto. I seggi conquistati al Parlamento Europeo consentiranno, sì, di fare la voce grossa anche dentro i confini nazionali, ma francamente, per la stabilità del Paese, mi spaventa più il proliferare di Sindaci leghisti che non di europarlamentari. Un Sindaco leghista il tragitto casa-municipio saprà farlo e lì dovremo vedere cosa avrà in mente di fare (certo, tenendo conto delle poche risorse a disposizione). Temo più il proliferare di piccole caricature di dittatori, pronte a dispensare scatolette di tonno a bambini indigenti, che non europarlamentari che siederanno in un Consiglio nel quale si parla correntemente una lingua diversa dalla nostra.

Non a caso, una delle prime mosse di Salvini è stata smentire di aver mai dato un ultimatum ai 5stelle per le prossime politiche di governo. Ovvio. La lega in Parlamento quella è e da sola di certo non va da nessuna parte. La percentuale pentastellata è rimasta la stessa del 4 marzo 2018 e anche in caso di crisi di governo, prima che Mattarella esplori la possibilità di un esecutivo leghista, dovrà in ogni caso interrogare ancora i grillini, i quali, intanto, potrebbero tentare nuove alleanze. Piuttosto che tornare alle urne colpevoli di aver promesso un reddito di cittadinanza un tantino superiore ai 40 euro di media dispensati.

Occorrerà anche tenere conto, tra l’altro, che il Pd proprio morto come si credeva non è. Anzi, alle europee ha retto gli argini. Ha conquistato quel voto di stabilità che, di fronte ai problemi seri del Paese, ha messo da parte il proprio malcontento e ha pensato di votare il votabile. E se per la società cosiddetta civile il “votabile” è un Pd in caduta libera, allora vuol dire che abbiamo davvero problemi seri.

Ma gli elettori sono fatti così; erano tutti di sinistra quando Renzi volava al 40%? No. Così adesso non sono tutti fascisti, sono solo tutti leghisti perché Salvini parla una lingua facile. Forse è questo che si è perduto, la capacità della politica di parlare una lingua facile. Non viviamo più in un tempo in cui mostrarsi elevati serviva a conquistare l’elettorato. Adesso gli elettori vogliono un leader che appaia vicino, che indossi una felpa, che sembri un uomo qualunque. Anzi, visto che la lega ha cambiato comodamente il proprio nome negli ultimi anni proprio per avvicinarsi ad un sud smemorato, io penserei seriamente a passare da “lega” a “Nuovo Fronte dell’Uomo Qualunque”, come nel 1944. Quando Guglielmo Giannini, che per inciso faceva il commediografo, fondò dapprima la rivista e poi il movimento politico che si ispirava ai valori della destra anticomunista, populista e qualunquista, ma contrapposta all’establishment fascista.

Corsi e ricorsi storici.

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