Il pianoforte della prozia

di Vincenzo Benvenuto

L’ultima volta che ho visto il pianoforte della prozia, è stato l’anno scorso, in occasione del trasferimento a Norcia. Ora sta confinato nel sottotetto, in compagnia del ciarpame reietto di cui nemmeno il topo Lupin riesce a sbarazzarsi. È bruttissimo il pianoforte della prozia. Nero come una maledizione, vecchio come il respiro del mondo, squinternato alla maniera del cervello dell’antenata che sola, in più di 150 anni di miserie familiari, ha osato suonarlo.

Fosse stato per me e per mia moglie, lo avremmo volentieri affidato alle sapienti mani di Karol: «Mister, cinquo minuti, e ne facemo gabia per coccodè!». E Karol ride. E io avrei senza dubbio foraggiato la sua risata se non fosse stato per la fissazione di mammà. Il pianoforte della prozia, per una sorta di lascito testamentario della sciroccata pianista, deve tramandarsi di generazione in generazione «pena» mette in guardia un’ invasata mammà «la rovina della famiglia».

Ma vi è di più: la leggenda vuole che qualora si sopporti la tarlata presenza, addirittura una non meglio precisata salvezza passerà proprio per il derelitto pianoforte. Com’è come non è, sta di fatto che anche in quest’ultimo trasloco, il primo oggetto portato nella nuova casa di Norcia, è stato proprio lo scheletro del pianoforte della prozia. Stizzito per quest’ineluttabile compagnia, mi sono vendicato inchiavardandolo in un’armatura di panno e scotch più raffazzonata dell’unica corda che ancora si ostina a dar voce a un lamento di Sol. Il 30 ottobre 2016, alle 07:38, nella mia nuova casa di Norcia prospiciente la basilica di San Benedetto, un suono mi si pianta in testa.

Un Sol grave, profondo come le viscere della paura, allarma il mio patrimonio genetico. Balzo nella cameretta di Vinicio, lo agguanto ancora incaprettato nelle lenzuola del risveglio. Un secondo dopo sono a vincere, con l’esperienza maturata in più di 150 anni, la ritrosia di mia moglie ad abbandonare la casa. 07:40, l’inferno. E mi trovo dal lato opposto della basilica a viverlo dalla prospettiva dell’unica testimonianza rimasta in posizione verticale: il pianoforte della prozia Lucia, e la sua corda di Sol grave.

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