Rosita Sabetta racconta i suoi Pappici

di Luana Izzo*

Continua il viaggio alla scoperta del teatro salernitano ed è con grande piacere che oggi la nostra rubrica ospita Rosita Sabetta, attrice e regista del gruppo teatrale I Pappici di Salerno.

Come nasce la tua passione per il teatro, Rosita, e come pian piano hai costruito la tua realtà teatrale?

«Il teatro ha sempre fatto parte della mia vita. Ricordo di aver visto la prima rappresentazione a sei anni, si trattava del clown Sbirulino, interpretato dalla monumentale Sandra Mondaini, e da quel momento sono stata spettatrice assidua e innamorata fin quando l’associazione culturale La Tavolozza, di cui facevo parte e che oggi ho l’onere e onore di presiedere, decise di dar vita a un gruppo teatrale che, all’epoca, mio malgrado, mi ritrovai a gestire. L’unico obbligo datoci dall’allora presidente fu quello di non ridurre l’attività teatrale alla singola rappresentazione annuale ma di darle una struttura più stabile e concreta».

Quando nasce la compagnia e come mai questo nome originale?

«La compagnia nasce ufficialmente nel 2005, soprattutto grazie alla passione di mio padre Antonio Sabetta e di Michele Rega, altro socio fondatore de La Tavolozza. La scelta del nome ha richiesto molto tempo, non c’è stata una “illuminazione”, semplicemente prendemmo atto della caparbietà con la quale stavamo cercando di mettere in scena il nostro primo spettacolo e di tanto in tanto, negli attimi di sconforto, saltava fuori il detto “dicette ‘o pappice vicino ‘a noce, damme tiempo ca te spertose” che tradotto equivale a dire che con il tempo e la costanza i risultati arrivano… e così è stato. Doveva essere solo una scelta temporanea, una sorta di motto. Accadde, però, che durante una trasmissione televisiva, alla straordinaria Isa Danieli, fu chiesto di dire qualche parola per questa giovane compagnia nascente di Salerno e lei stessa, dopo gli auguri di rito, ci salutò citando il famoso proverbio. Dopo l’onore di un tale battesimo, cambiare nome sarebbe stato un sacrilegio».

Quali sono state le tappe fondamentali per la vostra crescita artistica e professionale?

«I passaggi importanti sono sicuramente numerosi ma su tutti spicca l’assemblea dell’11 marzo 2013. Vivevamo un momento di grave stasi sia dal punto di vista creativo che organizzativo. Durante quell’incontro prendemmo la decisione di ripartire da zero, cancellando tutto quanto era in programma per darci un nuovo corso fatto del teatro che amavamo e non di quello che era il più semplice da portare in scena. Quel giorno furono prese decisioni dolorose che, però, col tempo hanno ampiamente ripagato consentendoci di portare sul palco il “nostro” modo di fare teatro».

Quali sono gli eventi più importanti che vi vedono protagonisti ogni anno?

«Il nostro fiore all’occhiello è indubbiamente il Premio Thalia Teatro, giunto alla ottava edizione, cui partecipano compagnie provenienti dall’intera regione. Da quest’anno il premio si svolgerà al Teatro La Mennola di Salerno, un luogo che ospita il teatro amatoriale da ben quaranta anni, ultimo baluardo rimasto in città dopo la chiusura dei piccoli teatri del centro storico. Inoltre, collaborare con il suo patron, Flavio Donatantonio, sempre prodigo di consigli e suggerimenti, è fonte di crescita teatrale per me e per tutti noi de “I pappici”».

Molti sono stati i premi e le gratificazioni, ce n’è uno che ricordi particolarmente?

«Senza ombra di dubbio il premio “Gaetano Di Maio”, come migliore attrice protagonista, ricevuto lo scorso settembre a Napoli. Avevamo partecipato a quel concorso per curiosità e come esperienza formativa, scevri di ogni velleità. Ottenere un riconoscimento così prestigioso, per giunta alla mia prima vera esperienza come attrice, essendomi occupata sempre di regia, è stata una gioia infinita. Ancora oggi, a distanza di mesi, faccio fatica a capacitarmi di come sia potuto accadere». Quando si parla di teatro amatoriale si pensa a volte ad un momento di aggregazione ludica, invece ci vuole davvero tanto impegno: c’è mai stato qualche momento di sconforto in cui hai pensato di mollare tutto? «Tra le due e le tre volte al giorno. I sacrifici di chi fa seriamente teatro amatoriale sono enormi. Prove quasi quotidiane, uno spettacolo a settimana, almeno tre produzioni l’anno. Una fatica bestiale, ma il teatro amatoriale ha una magia speciale. Ti ammalia come le sirene. Lo fai sempre e solo per scelta, non per obblighi contrattuali ma per rispettare una promessa d’amore con te stesso».

Quali sono gli spettacoli attuali? E i progetti per il futuro?

«In questo momento il nostro cartellone teatrale prevede tre spettacoli di natura totalmente differente. Arezzo 29 in tre minuti, una commedia briosa e divertente, che appartiene alla più classica teatralità partenopea; Omelette a mezzanotte, una commedia dal taglio contemporaneo che rappresenta lo status attuale delle nuove famiglie di quarantenni e Nero come le Rose, lo spettacolo cui sono forse più affezionata perché tratta della condizione femminile durante l’Olocausto. Un lavoro faticoso e dolente sia per gli attori che per gli spettatori. Ai nastri di partenza, VIP – Vite in Panchina, lavoro conclusivo del nostro laboratorio teatrale, Controscena, che strizza l’occhio alle atmosfere felliniane con personaggi surreali e al contempo estremamente umani».

Chiudiamo con un aneddoto: ne ricordi qualcuno in particolare legato alla tua carriera teatrale o alla compagnia?

«Era il 2009, fummo ingaggiati da un comune del Beneventano per fare tre spettacoli diversi in tre giorni, nel periodo di ferragosto, nella piazza principale. Mettemmo su un piano organizzativo degno di un tour di Vasco Rossi. Eravamo carichi, gasatissimi, superconcentrati e partimmo convintissimi di un successo enorme. Accadde di tutto. Guasti alle auto, attori col colpo della strega, una grandinata improvvisa che danneggiò la scenografia, il paese semideserto poiché tutti in vacanza. L’ultima sera non c’era nessuno. Noi pronti ad andare in scena ma nessuno spettatore. D’improvviso arrivò un signore anziano, vestito tutto di nero, portandosi la sedia da casa. Recitammo solo per lui e fu ugualmente bellissimo».

Grazie per esserti raccontata e buon teatro a tutti voi.

*Officina teatrale Primomito

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