Orgogliosamente Fernanda Dalila

di Erika Noschese

Non si è mai sentita un uomo e, fin dalla giovanissima, età ha creato una sua realtà parallela: era una donna ed era libera di comportarsi come tale. Poi la scelta che le ha cambiato la vita: sottoporsi all’operazione per cambiare sesso ed essere donna a tutti gli effetti. L’intervento lo ha fatto circa 2 anni e mezzo fa ma solo recentemente il tribunale di Vallo della Lucania ha accolto la domanda di Fernanda Dalila Longo di Capaccio Paestum, ordinando all’ufficiale di Stato civile la rettifica del nome da Ferdinando ad appunto Fernanda Dalila e l’attribuzione del sesso femminile in luogo di quello maschile.

Fernanda, recentemente l’ultimo atto, ora sei donna a tutti gli effetti, anche per l’ufficio anagrafe. Una vittoria importante…

«Una vittoria grandissima perché sembrava sempre che il cerchio non si chiudesse. Per me era molto imbarazzante, anche nella quotidianità. Mi distruggeva. Magari, vedevo la macchina dei carabinieri e vivevo l’incubo di dover tirare fuori i documenti dove c’era scritto ancora Ferdinando; questo mi vincolava anche per cambiare lavoro o per andare all’estero, era un problema costante. Era una sensazione brutta anche perché per me Ferdinando non c’è più. Io vedo Nando sempre più lontano: è come se fosse un fratello più piccolo che ho lasciato andare sempre più lontano e guardo a lui anche con tenerezza».

Quando hai capito che quel corpo maschile, in realtà, non ti apparteneva?

«Mi sono sempre sentita bimba. Forse, mi sono creata uno spazio tutto mio, una realtà immaginaria nella quale mi rifugiavo. Avevo un mondo immaginario tutto mio dove ero una bambina, poi ero cresciuta. Era un film parallelo. Se, ad esempio, mi piaceva un ragazzino io immaginavo di essere una donna, di fidanzarmi con lui e me lo sposavo. Durante le ore della giornata libere io mi rifugiavo in questa realtà, per me io ero una donna tanto è vero che, con naturalezza, nel periodo della pre-adolescenza parlavo dei ragazzi che mi piacevano. L’impatto con la realtà è stato duro quando sono iniziati gli sfottò: mi resi conto che la fantasia aveva prevaricato la realtà e che, pur sentendomi donna, non lo ero. Non c’è stato un momento preciso in cui ho capito di essere donna, tanto che quando i miei genitori mi portavano dal barbiere per tagliare i capelli io piangevo come una pazza e di ritorno a casa mettevo un fazzoletto in testa. Questo perché rifiutavo tutto quello che poteva farmi sembrare un maschietto».

Quando e come hai detto ai tuoi genitori e alle persone care che in te stava avvenendo questo cambiamento così radicale?

«Io avevo un po’ paura di parlarne a casa perché avevo la classica famiglia tradizionale del sud con un padre con cui avevo un rapporto-non rapporto perché lui era preso dal lavoro, era poco presente a casa e non lo conoscevo abbastanza. Aspettavo di compiere almeno 18 anni e verso i 20 mi capitò di leggere una rivista, con un articolo che parlava di questa donna transgender che si era operata, molto bella, che stava con un uomo molto importante. Questa cosa mi incuriosì molto perché neanche pensavo si potesse cambiare sesso e ne rimasi piacevolmente sorpresa. Conservai per anni la rivista e un giorno, con me e mia madre sole in casa, presi la rivista, la poggiai sul tavolo perché non avevo il coraggio di parlarne a voce e a mia madre dissi “leggi, questa è la mia storia”. Ero in procinto di partire con i miei amici e dissi a mia madre di parlarne con papà perché avevo paura. Non fui molto capita anche perché parliamo di 15 anni fa e la realtà era diversa rispetto a oggi. Poi un genitore ha sempre paura di come il mondo si rapporti a te: mia madre e mio padre non mi hanno mai detto un no categorico, scenate o altro. Mio padre non ha mai affrontato l’argomento direttamente ma nei miei confronti non ha mai cambiato atteggiamento e credo che a lui andasse bene non affrontare più la questione. Mia madre invece mi diceva che me ne sarei potuta pentita, che non sarei mai stata una donna a tutti gli effetti e che se lo avessi fatto probabilmente non mi avrebbe più visto come suo figlio e di conseguenza sarei dovuta andare via di casa. Era un lavaggio psicologico continuo che durò più o meno un mese. Io avrei avuto bisogno di una spalla invece no, lei piangeva sempre e stava male. Non mi ha mai detto di no ma piangeva. Ad un certo punto iniziai a convincermi che le sue parole erano giuste. Iniziai così a trovare un mio equilibrio, iniziando ad esprimermi un po’ di più. Così, mi feci crescere i capelli, la ceretta sulle gambe, un po’ di matita nera sotto gli occhi ma senza mai ostentare; avevo una figura molto androgena ma vivevo meglio perché libera. Per tanti anni ho pensato che quella fosse la strada giusta».

Quando hai capito che comunque tu avevi bisogno di essere donna e che quella non era la tua vita?

«C’era sempre una vocina che mi accompagnava. E’ come se avessi chiuso questo cassetto per vivere serenamente ma ogni tanto si riapriva ma io lo richiudevo. La mia vita, alla fine, era una recita perché non ero libera di esprimermi davvero. Una spinta grossa c’è stata dopo la morte di mio padre. Io fuggivo sempre da me stessa e in quel periodo ero a Londra; sono rientrata in Italia e la sua morte mi ha fatto pensare molto al senso della vita perché mio padre stava bene, era giovane ma se ne era andato all’improvviso. Questo mi ha fatto pensare molto: stavo sprecando la mia vita, la mia unica vita. Pian piano ho preso forza, ho iniziato il mio percorso da sola perché non volevo essere influenzata. Andavo al consultorio da sola e volevo capire cosa avrei dovuto fare. Nessuno ne sapeva nulla se non il mio amico d’infanzia e la sua famiglia. Ho fatto i miei 4 mesi di terapia e poi sono stata ritenuta idonea all’operazione. A quel punto ho dovuto parlarne a casa».

Come hai detto a tua madre che stavi per affrontare l’operazione?

«Con una lunga lettera – perché volevo solo farle capire, senza discutere – nella quale ho ripercorso i miei 20 anni, le speranze che avevo riposto in lei e la delusione per la sua reazione; l’accettazione e la rassegnazione della mia condizione: le ho solo chiesto di starmi vicino, a differenza di quanto accaduto 15 anni fa. Era di fronte al fatto compiuto, lo avrei fatto con o senza il suo consenso».

Tua madre come ha preso la lettera?

«Non vivevo più con lei, nel frattempo. La sera successiva non mi chiamò e io andai da lei. E’ bastato un gesto con la testa per capire che avevo il suo appoggio, pur avendo adottato la stessa tecnica di mio padre, anni prima. Aveva accettato la cosa, sapeva tutto. Oggi il rapporto con mia madre è bellissimo: adesso è lei che mi racconta storie simili alla mia. Era felice quando le persone la fermavano per strada per farle gli auguri. Quando sono tornata mi ha abbracciato forte ed è andato sempre meglio. Ricordo anche quando ho raccontato dell’operazione a mia nonna, che ho perso 15 giorni fa all’età di 96 anni. Lei per me era una seconda madre e mi svelò subito che aveva capito tutto, mi ha detto di fare ciò che mi faceva star bene. Era preoccupata per l’intervento in sé ma mi ha sempre appoggiata. Una tenerezza infinita. Quando tornai a casa lei era sulla sedia a rotelle e la sentivo ripetere “Nanda, Nandina…” per non sbagliare il mio nome da donna».

Cosa hai provato quando stavi entrando, per la prima volta, in sala operatoria?

«Ero felice ma anche la paura che qualcosa non andasse per il verso giusto, la paura di pentirsene ma questo non è accaduto: è il regalo più bello che ho fatto a me stessa».

Come è stato il post operazione?

«Molto duro fisicamente, perché ti ritrovi con un regime ormonale totalmente diverso, senza forze né energie. Mi è pesata di più la convalescenza, lo stravolgimento ormonale, i chili presi e la cellulite. Pian piano mi sono ritrovata però».

E’ stato difficile per capire questo tuo percorso ai tuoi amici o parenti?

«No, assolutamente. Il periodo di transizione è durato poco più di un anno e non ne parlavo molto perché lo custodivo come un segreto perché era un momento troppo bello per me».

Ti sei mai sentita vittima di omofobia?

«No. Il mio caso è stato fortunato perché a parte gli sfottò in adolescenza poi nulla più. Prima di rientrare da Bangkok, il giorno dopo la Festa delle Donne, pubblicai un post su Facebook in cui praticamente annunciavo l’operazione, anche per prepararmi psicologicamente ma paradossalmente mi arrivavano centinaia e centinaia di messaggi bellissimi, neanche uno fuori posto. Per un anno, la gente mi fermava per strada per abbracciarmi e congratularsi con me. Io sotto questo punto di vista mi ritengo fortunata».

A chi oggi si sente il “tuo” Ferdinando cosa consigli?

«La vita è solo una e non va sprecata. Ed è quello che dissi a mia madre “Non vorrei arrivare alla fine dei miei giorni e rendermi conto di aver sprecato la mia vita”».

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