Fonderie e tumori: «Attendiamo il responso del Consiglio della Sanità»

di Erika Noschese

«Le fonderie Pisano dannose per la salute e l’ambiente? Scientificamente, non possiamo ancora provarlo». Non c’è ancora una risposta chiara e certa in merito alla correlazione tra i morti di tumore e lo stabilimento di via dei Greci, a Fratte, per l’istituto zooprofilattico sperimentale del Mezzogiorno, diretto da Antonio Limone, che ha dato vita, anni fa, allo studio Spes che mirava a capire, essenzialmente, se in alcune zone vi fosse un impatto ambientale conclamato – perché qualsiasi stabilimento industriale può essere fonte di inquinamento – e se vi fosse anche la presenza di eventuali contaminanti anche nell’organismo e se nell’organismo quei contaminanti sono derivanti esclusivamente dal contesto industriale o anche da altri fattori, come lo stile di vita o le abitudini alimentari perché anche persone che vivono in zone dove ci sono complessi industriali potrebbero lavorare in situazioni che possono essere fonte di contaminazione.

Tra i promotori dello studio Spes, nonché impegnato in prima persona a Salerno, c’è anche Alfonso Gallo, dipendente dell’Izsm di Portici, che ha tentato di chiarire quanto, attualmente, sia impossibile, smentire o confermare con certezza assoluta se le Pisano sono dannose e se vi è un legame tra i decessi per tumore e lo stabilimento. Intanto, dopo lo studio Spes, i dati sono stati dati all’Istituto superiore della Sanità per fare le giuste valutazioni.

Alfonso, alla domanda le fonderie Pisano sono dannose per la salute cosa si risponde: sì, no, non si sa?

«Potenzialmente, qualsiasi complesso industriale può essere fonte di inquinamento ambientale ma l’entità è variabile. Se dovessi rispondere al cittadino che mi chiede “le fonderie Pisano causano la mia morte?”, scientificamente non posso dirgli di sì perché se rispondessi di sì non sarebbe un’attendibilità scientifica perché sono tante le variabili soggettive in un individuo. Di fatti, nelle analisi biologiche fatte alle persone non abbiamo valutato solo la presenza di metalli pesanti o inorganici ma anche emocromo per vedere grassi, diabete, vari fattori infettivi per fare un quadro generale ed evitare di sbagliare perché nel momento in cui c’è una sentenza quella è assoluta».

Può esserci una correlazione tra i decessi per tumore che si sono verificati in questi anni e lo stabilimento di Fratte?

«Il legame, ad oggi, non è ancora dimostrato scientificamente. I dati, visti in maniera asettica, potrebbero indurre a quest’interpretazione ma si ha bisogno di una reale correlazione. Noi, per dare una maggiore risposta, stiamo avviando lo studio Spem. Adesso abbiamo fatto le persone sane nelle aree ad alto, medio e basso impatto per fare i confronti, in tutta la regione Campania e in altre zone d’Italia che hanno un forte impatto ambientale per avere un confronto tra le stesse aree ad alto impatto in Campania e in altre zone d’Italia che hanno uguale impatto ambientale, se non superiore. Bisogna sempre avere un termine di paragone prima di definire. Per ulteriormente approfondire una possibile correlazione e la sua entità stiamo avviando lo studio Spem sui malati: le stesse analisi fatte su persone sane che hanno dato dei valori in termini di presenza di alcuni contaminanti le facciamo anche sui malati e quali patologie hanno queste persone, per vedere quali possono essere i geni che, in futuro, potrebbero essere utilizzati in termini sanitari».

Quindi, ad oggi, l’unica risposta corretta è “scientificamente, non possiamo dire che le Pisano sono dannose per la salute e che vi è una correlazione tra le morti per tumore e lo stabilimento”, giusto?

«L’elaborazione dei dati non è ancora conclusa per poter dare una risposta definitiva. Questo lo sanno bene anche i comitati che più volte hanno partecipato agli incontri dell’Istituto o in conferenze che prevedevano la presenza del nostro direttore generale (Antonio Limone ndr), tra cui l’ultima di qualche mese fa a Salerno».

Entro quanto tempo si potranno avere dati certi?

«Noi abbiamo dato tutto in mano all’Istituto superiore di Sanità per l’elaborazione del dato che sicuramente darà delle indicazioni: non dovrebbe né confermare né smentire ma darà certamente delle linee di indirizzo dicendo che potrebbe essere potenzialmente un rischio e che entità ci possa essere. Il problema è dare una corretta informazione perché nel momento in cui si dice sì si crea un allarmismo generalizzato e quando si vanno a rielaborare i dati diventa un nulla di fatto. La comunicazione scientifica in questo momento deve essere molto diligente nell’utilizzare le parole per non creare false aspettative, qualsiasi esse siano».

Lo studio Spes è stato effettuato solo su persone sane o anche sulle persone malate?

«Solo su persone sane, tra i 20 e i 49 anni, in diverse aree della regione Campania dove in base a degli algoritmi di impatto ambientale, come per esempio la presenza di discariche, hanno dato dei valori. E da questi valori abbiamo fatto delle analisi ambientali dove si evidenzia una maggiore presenza di potenziali inquinanti ambientali, a dispetto di altre zone dove l’antropizzazione è minore. Abbiamo fatto queste tre aree: alto, medio e basso impatto ambientale dove sono state prese un numero X di persone alle quali è stata effettuata una visita medica, un test sullo stile di vita e abitudini alimentari, validato dall’Oms perché era necessario sapere dove vivono, cosa mangiano, cosa hanno fatto negli ultimi anni, ecc. A queste persone sono stati prelevati circa 80 ml di sangue per fare una serie di attività analitiche biochimiche, dal generale all’infettiva, presenza di metalli pesanti, inorganici. Questi dati sono stati dati all’istituto di Sanità al fine di elaborarli. Di base, noi anche nelle aree a basso impatto, abbiamo riscontrato la presenza minore di contaminanti rispetto ad altre aree d’Italia».

Tra le persone esaminate ci sono anche i dipendenti delle Pisano?

«No, non ricordo. Era un esame volontario e secondo casistica. Il computer casualmente ha individuato alcune persone a cui abbiamo mandato gli inviti. Qualcuno è rientrato, se non sbaglio, ma quando noi inserivamo il dato – siccome il tutto doveva essere privo di faziosità – sia i laboratori che chi lo sta elaborando hanno dei codici, rispetto alle persone perché sono anonimi. Per ogni persona, nel momento in cui mi è stato fornito il dato, scompariva l’anagrafica e diventava un codice su cui venivano assegnati tutti i valori riscontrati».

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