Michele Sessa, una vita spesa per la cultura

di Luana Izzo*

Oggi, con enorme piacere, la nostra rubrica ospita l’avvocato Michele Sessa, giornalista, scrittore, poeta, ricercatore di storie locali che ha pubblicato venticinque opere teatrali, tra le quali “Aneliti di libertà” (Lo sbarco dei Focesi), che negli anni ‘70 del secolo scorso in Ascea Marina, sulla Baia d’argento, con il Consorzio delle Pro Loco, ha avuto migliaia di spettatori; “I Pentani” con Franco Angrisano e “Madama Chichierchia” con De Chiara.

Ha ricevuto 4 premi della Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri, è Grande Ufficiale al Merito della Repubblica Italiana e Cavaliere di Malta. Nel 1992, il Parlamento Europeo gli ha conferito il Cofanetto degli Ecu in argento. Fondatore e direttore, da trentacinque anni, della rivista di scienze sociali, di lettere ed arti, “L’Areopago Letterario”, è fondatore e direttore del concorso nazionale di poesia “ L’Ecologia: Ambiente e Natura”. Oltre sessantacinque le opere pubblicate, davvero una vita dedicata alla cultura.

Qual è il suo legame con il teatro?

«Il teatro serve a vedere, raccontare, capire, documentare, proporre, denunciare, con una voce attenta e critica. Il teatro immagina un mondo e lo crea. Il teatro è maestro che educa: chi dovesse rinnegarlo, farebbe l’elogio dell’ignoranza. La forma del teatro è sostanza: è l’arte di esprimere il contenuto, è la ricerca di armonia tra parola, azione e gesto».

Qual è il genere di teatro che più attira le sue attenzioni e la convince di più?

«Il Teatro che mi piace di più è quello che tende a spogliare i vizi con la cultura del rispetto, teso contro la camorra che ci divora, contro il razzismo che ci riduce in ricchi e poveri, contro il fanatismo religioso che ci porta al terrorismo nelle lotte tra democrazia e totalitarismo. Il teatro è la letteratura del cuore; ha il grande potere di emozionare l’animo umano perché è forma di sublimazione stilistica, inventiva formale; è fantasia immaginifica, è arte di vita. Il teatro è il luogo dove l’amore è principio vitale per imparare a soffrire ma anche per imparare a sorridere».

Più lingua o più dialetto nel Teatro?

«La lingua è la lingua! Ma mi mi lasci dire che anche il dialetto resta eterno! Nasce dentro: è lingua dell’intimità, è l’anima del popolo; il dialetto è più di una lingua, oserei dire. E’ un’attitudine, un modo di comunicare, una radice culturale, pensiamo a Viviani, Scarpetta, Eduardo De Filippo…».

Quale può essere secondo lei uno dei fini del teatro?

«Gli uomini amano ed odiano contemporaneamente i propri vizi. Certe consuetudini dell’animo è più facile sradicarle che moderarle: Arpagone il ricco, l’Avaro di Molière sono entrambi felici di non privarsi dei loro beni, a loro basta possederli. Ma poi, in prossimità della morte, quando dovranno indossare il vestito senza tasca e niente potranno portarsi dietro, come reagiscono? E’ significativo allora nel teatro dimostrare l’umiltà dell’intelligenza e non l’arroganza della superbia…e senza cultura tutto è violenza!».

Se oggi dovesse raffigurare il Teatro, con quale immagine lo rappresenterebbe?

«Devo sorridere, ma certamente sceglierei una figura femminile, vestita di velluto cremisi, una cintura bianca e sul capo una corona di lauro… Immagino un insieme di Ninfe e Driadi della mitologia classica ma con linguaggio preciso, calcolato, dove l’immaginazione sia repertorio del potenziale, dell’ipotetico, mischiandolo al teatro di Shakespeare che riesce ad alternare prossimo ed intimità, misto ai problemi dell’oggi, partendo dal populismo, dalla burrasca cioè che si scaglia contro tutto ciò che è istituzione, nonché dalla negazione del pluralismo che venera un leader, tenendo conto che la popolazione mondiale cresce a dismisura e il mondo vive una stagione di grandi cambiamenti, di speranze, di opportunità ma dove crescono anche miriadi di incertezze soprattutto sul lavoro. Fermare il tempo che corre verso la catastrofe, considerando che gli alberi vorrebbero la pace ma il vento li agita egualmente. Non creiamo eroi, ma impariamo ad insegnare pace e lavoro!».

Grazie all’avvocato Michele Sessa con il quale sicuramente torneremo a parlare di teatro e di cultura.

*Officina teatrale Primomito

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