E se Carola fosse tutto un bluff?

di Alessandro Rizzo

Insomma, è quanto meno singolare che le sue azioni abbiano tanta risonanza mentre a Lampedusa si sono registrati sbarchi di eguale numero nei giorni prima che la Sea Watch forzasse il blocco ed anche nei giorni successivi, a quanto pare. Così come è singolare che a censurare le azioni del capitano siano gli stessi magistrati inquirenti, i quali -per un volta in sintonia col ministro dell’interno- hanno affermato che non vi fosse alcuna emergenza a bordo. Insomma, quasi a voler violare i patti non scritti di Yalta, i magistrati ipotizzano quanto affermato dal ministro dell’Interno.

Ma soffermiamoci un attimo su una delle conseguenze più fastidiose di questa vicenda: la divisione tra due tifoserie. Da una parte i “sovranisti” che riservano una violenza inaudita -ormai non più solo “da tastiera”- al comandate Carola e dall’altra i “buonisti” che la difendono a spada tratta finendo talvolta per diventare più violenti dei primi. La verità, come sempre, è nel mezzo.

Torniamo al caso della Sea Watch, per cui peraltro alla fine il Gip ha confermato lo stato di necessità. A quanto pare a Lampedusa ci sono stati sbarchi sia prima che dopo che la Sea Watch forzasse il blocco; 41 altri immigrati, si dice, soltanto il giorno dopo. L’impressione è che nel mirino del decreto sicurezza ci siano non tanto gli immigrati quanto piuttosto le Ong. Ad animare tale atteggiamento, probabilmente la convinzione che dietro queste organizzazioni possano esserci speculatori privi di scrupoli. Non sarà certo il caso di Carola, ma il sospetto si fa sempre più marcato. Ed anche la lotta si fa più serrata se solo si consideri che oggi anche l’armatore della nave Alex ha dichiarato di voler querelare Salvini.

Quel che è davvero dannoso, tuttavia, come dicevo, è l’atteggiamento del popolo diviso. È inaccettabile che a gridare su un molo alle due di notte e ad invocare la legalità ci sia andata una condannata. Ed è altrettanto inaccettabile che i resti di quello che dovrebbe essere un partito di sinistra elogino il merito del gesto, senza preoccuparsi o -peggio ancora- voltandosi dall’altro lato invece di tentare di risolvere il problema alla radice. Vien da credere che le iniziative del popolo di sinistra siano in realtà orientate unicamente a dare soddisfazione alle proprie coscienze, come fosse acqua per gli assetati. Ma nel dibattito sul perché dalla Libia si continui a scappare si registra ancora un assordante silenzio.

Tra queste due facce della stessa medaglia si inserisce un ministro che ovviamente ha come obiettivo quello di far pendere sempre un pochino l’ago della bilancia verso la paura del prossimo, la diffidenza verso lo straniero. Tende a nascondere che l’Italia è la nazione che accoglie la percentuale minore di immigrati; che gli immigrati nel nostro Paese sono il 6% della popolazione contro l’8/9 di Francia e Germania e l’11 della Svezia. Che insomma non c’è nessuna invasione e che non è possibile che questa quota sia formata per intero da criminali.

Questa politica del terrore serve a qualcosa. Serve prevalentemente a nascondere il fallimento nostro come società e come Stato. Lo Stato ha fallito se rinnega ogni forma di umanità solo perché non ha la capacità di controllare un fenomeno, scovando, punendo ed espellendo i criminali. Lo Stato ha fallito perché ha dimostrato di non sapere contenere preventivamente il fenomeno. Lo Stato ha fallito perché ha disatteso tutte o quasi le occasioni in cui avrebbe potuto fissare nuove regole, in sede Europea, sull’immigrazione. Lo Stato ha fallito perché vorrebbe modificare la convenzione di Dublino con gli europarlamentari più assenteisti d’Europa (come appunto il ministro dell’Interno all’epoca del suo mandato). Noi abbiamo fallito perché continuiamo a farci prendere per il naso, gridiamo allo scandalo per una nave con 42 immigrati a bordo ma ci dimentichiamo di 49 milioni di euro sottratti da un partito di governo. Forse è il numero 49, fossero stati tanti gli immigrati, magari non se ne sarebbe accorto nessuno.

Noi abbiamo fallito tutte le volte in cui qualcuno si compiace per la fotografia di un bambino annegato insieme al padre, che cercava di assicurargli, non un futuro migliore, ma un futuro. In quel caso abbiamo fallito come umanità.

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