L’esperienza negli scatti di Manuel: «Spero siano d’ispirazione per altri»

E se Mauro ha scelto di dire addio al suo lavoro, Manuel Micheli ha deciso di metterlo a servizio di Paolo e del suo viaggio per un reportage che mira a sensibilizzare l’opinione pubblica per mostrare le difficoltà che vive quotidianamente un disabile non solo a causa delle barriere architettoniche ma anche e soprattutto delle barriere mentali che, afferma Manuel, «sono le più alte e le più difficili da superare».

Manuel, fotografo per passione e professione, perché hai scelto di seguire Paolo in questo viaggio e di immortalare tutti i suoi momenti?

«Sono sempre stato molto affascinato dalle persone che invece di lamentarsi della propria situazione cercano di superare l’ostacolo e le barriere e di intraprendere qualcosa di insolito come può essere questo viaggio qui che esce, per l’appunto, dai canoni comuni. Ho letto un articolo, pubblicato da un giornale di Merate, nel quale si raccontava la storia di Paolo che annunciava la sua partenza (mancavano due mesi all’inizio del viaggio): mi è scattata la scintilla e l’ho contattato per chiedergli di accompagnarlo e documentare questo viaggio che non è mai stato tentato prima in Italia da un disabile. Credo sia importante documentare una traversata simile sia per mostrare le barriere architettoniche e, dunque, l’approccio fisico che ha un disabile con le difficoltà strutturali ma soprattutto con quelle mentali che sono molto più alte rispetto alle barriere architettoniche».

La fotografia oggi si sta mostrando un valido strumento per sensibilizzare, informare. Pensi di aver avuto riscontro grazie alle tue foto?

«Sì, credo di aver avuto riscontro e spero di averne molto di più. Spero di rimanere sullo stesso filone che hanno Paolo e Mauro, nell’approccio di questo viaggio qui; auspico che questo reportage fotografico che verrà prodotto serva, in futuro, a un disabile che guarderà le mie foto, come fonte d’ispirazione, per indurlo a emulare un viaggio simile, provando a sorpassare i propri limiti che magari tante volte sono auto imposti dalla paura o altre circostanze sociali o di famiglia che ti impediscono di fare un viaggio così ma non c’è un motivo reale per cui tu hai un impedimento ad affrontare una cosa simile. Spero che serva d’esempio, in futuro, per altre persone anche non disabili perché ci sono persone normodotate che sono più disabili di Paolo».

Di fatto, siete tre sconosciuti che, per caso, intraprendono un’avventura insieme, per caso diventano amici. Cosa ne sarà, dopo, di Rotellando verso Sud, cosa ne sarà di voi tre?

«Sicuramente rimarremo grandissimi amici perché da tre sconosciuti che eravamo ci siamo trovati a condividere ogni giorno chilometri su strada, a dividere la stanza da letto, situazioni intime difficili ma anche molto belle. Rimarrà un legame molto forte e, in futuro, si spera di continuare su questa onda che è stata fatta partire dallo spirito di Paolo e continuare a sensibilizzare sulle tematiche della disabilità a 360 gradi e si spera che sia utile, in futuro, per i disabili».

Cosa porterai a casa di quest’esperienza?

«Porto a casa un grandissimo bagaglio culturale: conoscevo la disabilità ma non le difficoltà o le normative. Mi sono documentato parecchio prima di partire ma tornerò con idee sicuramente diverse da quelle iniziali, perché un conto sono le cose su carta e un conto è toccarle da vicino, con un disabile, cosa che non avevo mai avuto occasione di fare, prima. Tornerò arricchito sia a livello umano che di cultura mia personale, di nozioni, e anche a livello fotografico perché è un reportage molto interessante e si tratta della prima volta che porto avanti un reportage per più di 30 giorni. E’ stata anche una bella sfida con me stesso».

(er.no)

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