Imbriani icona dello sport campano: i suoi valori in giro per il mondo

di Matteo Maiorano

Sarà un viaggio bellissimo. Perché quello di Carmelo Imbriani è un cuore che non ha mai smesso di battere. Sono passati ormai 5 lunghi anni da quando, a causa di un brutto male, il calciatore è stato strappato ai suoi cari e ai tanti appassionati che seguivano con grande amore le sue giocate in giro per l’Italia.

Idolo indiscusso del Sannio, fu ingaggiato da Aliberti nel 2003. Ma la Salernitana fu l’unico club che non riuscì mai a far esordire probabilmente uno di quei tanti calciatori sottovalutati della nostra terra. Quella Campania da cui tutti partono e alla quale poi ritornano, come gli amori cantati da Venditti. Non per le sue qualità tecniche, che anche furono particolarmente apprezzate dagli addetti ai lavori, ma per lo spessore umano che ne contraddistingueva la prestazione dentro e soprattutto fuori dal campo.

Dotato di intelligenza tattica sopraffina, fu uno dei primi tuttocampo dell’era moderna. Uno, per intenderci, che avrebbe potuto fare le fortune degli allenatori dal calcio all’europea, che oggi plasmano il proprio gioco e il modulo in base alla versatilità degli uomini a propria disposizione.

Tutto iniziò a Benevento, quando l’allora 13enne Carmelo esordì con la maglia della Vigor Sannio. A quell’età Carmelo era già una spanna sopra gli altri e da attaccante fu retrocesso a mediano, per permettere con la propria tecnica di adeguare le strategie della squadra alla propria visione di gioco.

La svolta nella sua carriera avvenne nel 1989, in occasione di una finale del campionato giovanile disputata contro la Foglianese. A seguire la sfida dagli spalti Pasquale Casale, allora dirigente del Napoli. Il talento sannita colpì a tal punto Casale da convincerlo a puntare su di lui per costruire il Napoli degli anni ’90.

Carmelo fece l’intera trafila della squadra partenopea, fino ad esordire in prima squadra sotto i dettami tattici di mister Lippi, che lo gettò nella mischia ad una manciata di minuti dalla fine in un Napoli-Cagliari del campionato ’93/’94. Il debutto da titolare avvenne l’anno successivo: il vulcanico tecnico jugoslavo Boskov puntò su di lui per superare il Brescia al Rigamonti. Imbriani segnò il suo primo gol da professionista, consegnando ad Agostini l’assist per il decisivo 2-1 Azzurro.

Una carriera incredibile quella di Imbriani, che fece dell’umiltà il miglior colpo del proprio repertorio. Un leader silenzioso, spartiacque tra due ere del calcio a tinte giallorosse. Dapprima calciatore poi allenatore, all’ombra del Vigorito conquistò una Coppa Professionisti con i giovanissimi nel 2010. Poi la malattia, che lo costrinse a lasciare il rettangolo di gioco. Ma i suoi insegnamenti resteranno a lungo scolpiti nella storia di questo sport.

Qualche giorno dopo, a prendere la sua 7 a Benevento fu Ettore Marchi, che contro il Gubbio realizzò una doppietta fondamentale, che permise ai sanniti di superare il club umbro. Un segno del destino, che portò i giallorossi alla scalata nel calcio che conta, fino alla serie A.

Tanti gli amici legati a Imbriani da una forte amicizia: da Giuseppe Taglialatela a Giovanni Paschetta passando per Carmine Cerchia, con i quali aveva amicizie che prescindono dal pallone. Tra le sue passioni infatti c’era la vita campestre: Carmelo amava i prodotti della sua terra, in particolare i tartufi. Passava la maggior parte delle sue notti estive a Salerno, della quale amava il suono del mare e la movida.

Poi la Costiera, nella quale era conosciuto soprattutto a Maiori, laddove trascorreva gran parte della stagione balneare. Icona del calcio pulito, la sua azione oggi prosegue sulla scia delle opere del fratello Gianpaolo, il quale, alla guida di un furgoncino, porta l’immagine e i valori di Carmelo in giro per il mondo. L’obiettivo è quello di costruire un campo da calcio nei 5 continenti. Perché il calciatore, ancora oggi, riesce a dare il suo apporto. Il suo nome riecheggerà per sempre negli spogliatoi.

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