La battaglia di Turidduzzo

di Vincenzo Benvenuto

Sono le 5,25 del 16 maggio 1955. A quest’ora, solo a una fantasia accesa è dato intravedere le avvisaglie dell’alba. E della fantasia, questa mattina, Salvatore (Turidduzzo) Carnevale non sa che farsene. Sta camminando, un pedi leva e l’autro metti, sulla trazzera di contrada Cozze Secche col pensiero fisso all’ultimo avvertimento: non bastava l’incendio alla Camera del Lavoro di Sciara, nossignore.

Stavolta i picciotti dei principi Notarbartolo Cipolla sono andati decisamente oltre. E la faccia presa a pagnuttuni di Ninì Nicotera, è lì a testimoniarlo. Mentre percorre l’ultimo tratto di strada stando bene attendo a non sciddricare, gli viene da sorridere. Il fatto è che sta pensando agli occhi sgriddati del compagno genovese che non riesce proprio a farsi pirsuaso: «Belìn, ma voi siciliani chiedete semplicemente l’applicazione della riforma agraria e della nuova divisione dei prodotti della terra (60% al contadino, 40% al padrone)!».

Che vuoi che ne sappia il compagno del Continente delle camurrìe siciliane? Come fare a spiegargli che lì, a Licata, i latifondisti ignorano la riforma, lasciando a campieri e gabelloti il compito di intimidire chiunque gli viene la gana di avanzare dei diritti? Eppure, qualche anno addietro, Salvatore Carnevale e i suoi ce l’avevano fatta a occupare le proprietà di quei fitusi dei principi Notarbartolo!

Ma i caribbinera, senza dire né ai né bai, li avevano arrestati, a macari la riforma imponesse ai nobili di cedere parte dei loro possedimenti. Da un anno a questa parte, le cose erano stracangiate. Soprattutto dopo che Turidduzzo era riuscito a far rispettare, nella cava di pietra in cui travagliava, le otto ore di fatica della legge a fronte delle dodici imposte dal sopruso.

Sono le 5,30 del 16 maggio 1955. Salvatore Carnevale si sente chiamare. Si volta. Due pallettoni di lupara nel fianco destro, gli altri in faccia. Davanti alla sua vista, in un biz, si schiude un uovo sodo arrussicato, un concentrato di tutte le albe e i tramonti dei suoi trentun anni di vita. Col sole ormai ‘na stampa e ‘na figura a quello della cartolina, la madre Francesca lo piange affacciabocconi sulla trazzera: «Iddu è». La vecchiareddra lo riconosce dai calzini che ogni giorno, dopo il travaglio, gli rammendava.

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