Mancini tra Zemanlandia e Salerno «Gioca ma non dimenticare la porta»

di Matteo Maiorano

Dapprima fu Neur. Poi Ter Stegen, Ederson e Alisson. Ma prima di questi vi era Francesco Mancini. Se tecnicamente il paragone può sembrare azzardato, non lo è assolutamente sotto l’aspetto tattico. Il numero uno pugliese è stato l’antesignano del moderno modo di interpretare il ruolo del portiere.

Cresciuto sotto gli insegnamenti del maestro Zdenek Zeman, dal quale ha appreso il tipo di gioco rigorosamente offensivo, Mancini faceva del lancio forte e teso e del gioco con i piedi oltre l’area piccola il proprio stile. Lo stesso è stato ripreso nei decenni successivi dai maggiori numeri uno del continente. “Franco, devi giocare. Ma ricordati di parare” ripete il boemo a Foggia negli anni in cui Zemanlandia accese i riflettori sullo Zaccheria. Laddove proprio Mancini fu protagonista, con oltre 200 presenze nei Satanelli che sfiorarono l’accesso alle competizioni europee. Fu la prima volta che l’Italia abbandonò il catenaccio e sviluppò un gioco rivoluzionario, votato all’attacco. Poi ripreso, abbandonato e definitivamente accantonato. Ma pur sempre affascinante.

Mancini passò poi al Bari e al Napoli, prima di arrivare alla corte di Novelli nel 2006. Con il granata fu subito amore e nonostante la squadra non riuscì a maturare la promozione, questa fu artefice di una stagione positiva dal punto di vista del gioco. Il pipelet di Manfredonia fu condotto a Salerno da Novelli, che ne apprezzò le notevoli qualità umane e professionali.

“Era un portiere molto preparato, un grande conoscitore di calcio. L’approccio con lo spogliatoio fu buono sia dal punto di vista umano che professionale. All’ambiente riuscì a trasmettere i propri valori, quali tenacia, spirito di sacrificio e lavoro. Era un portiere molto diverso dagli altri”.

Novelli sottolinea come Mancini abbia cambiato la visione del numero uno moderno: “Fino ai primi anni 2000 il portiere restava sulla propria linea di porta, era relegato a semplice para palloni e nulla più. Franco invece partecipava attivamente ad entrambi i momenti di gioco. Era estremamente bravo nella fase di costruzione: al rinvio riusciva sempre a piazzare la sfera sulla testa dei compagni nella metà campo avversaria, con palloni tesi e forti che rubavano il tempo alle retroguardie avversarie. Non dava riferimenti”.

L’ex trainer granata ricorda la trasferta di Manfredonia, laddove la Salernitana riuscì a maturare il primo successo esterno del campionato: “Fu un momento molto difficile della stagione. In casa andavamo a marce alte, mentre lontano dall’Arechi soffrivamo. Nella settimana di preparazione alla sfida di Manfredonia vi furono discussioni all’interno dello spogliatoio. Franco prese la situazione per mano e chiese al gruppo compattezza. Era reduce da un dolore al tendine d’Achille, era in dubbio per la partita. Chiese di giocare, per lui era una sfida molto sentita: la moglie era pugliese ed anch’egli aveva casa a Manfredonia. Ripeté più volte che sarebbe stato il match della svolta. La squadra vinse 1-0 e Mancini fu decisivo con interventi che salvarono il risultato. I tifosi giunti allo stadio Miramare lo applaudirono, accompagnando idealmente il calciatore negli spogliatoi a fine gara”. 

Novelli ricorda inoltre il solido rapporto di amicizia tra il calciatore e il suo mentore Zeman: “Spesso accompagnavo Mancini a Roma. Nella Capitale si incontravano sovente lui e Zeman per discutere di calcio e dei tempi trascorsi insieme nel Foggia dei miracoli. Zeman ripeteva che, oltre a giocare palla a terra, doveva parare ed entrambi sorridevano. Era un rapporto che andava oltre il calcio. Al ritorno – ricorda Novelli – direzione Salerno sbagliammo strada: Mancini imboccò il raccordo verso Pescara. Accorto dell’errore mi guardò e disse: “So sempre come rientrare”, facendo riferimento alle uscite fuori dall’area. Semplicemente un fenomeno”.

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