La crisi del Governo mette in crisi il Pd

di Andrea Pellegrino

Piomba come un fulmine a ciel sereno (o quasi) la crisi di governo nel pieno della settimana di Ferragosto. Un colpo di acceleratore di Matteo Salvini, insofferente, ormai già da qualche mese. Ancor di più all’indomani del consenso elettorale ottenuto alle scorse elezioni europee.

Salvini accelera e crea il caos e non solo nel governo. Dalla crisi dell’esecutivo Conte ne sono scaturite altre. A partire da quella del Partito democratico che rischia così come il governo giallo verde una ennesima scissione interna. A spingere sull’acceleratore, in questo caso, l’altro Matteo, Renzi, che cerca ancora spazi o addirittura l’exit strategy per dire addio al suo partito. Anche in questo caso, al di là, delle vicissitudini legate all’attualità, sarà questione di tempo: o resterà Renzi e andranno via tutti gli altri, o viceversa. Intanto Camere riaperte e parlamentari ritornati a Roma.

Il minimo, per alcuni di loro, rispetto alla possibilità di chiudere anzitempo la legislatura. In tanti, in questi giorni, temono che eventuali elezioni possano concludere definitivamente la loro esperienza romana. D’altronde l’elettorato, al di là dei sondaggi, è da qualche tempo fluttuante, al punto che è impossibile immaginare quel che accadrà.

Compreso il plebiscito che oggi viene prospettato alla Lega di Salvini. Certo è che il recupero del Partito democratico, dopo la prima cura Zingaretti, rischia di disperdersi. Questo qualsiasi cosa accada, sia esso un nuovo governo o le urne.

Le opposizioni, come sempre, peccano di impreparazione. Era fin troppo noto che il matrimonio Lega – Cinque Stelle si mantenesse appeso ad un filo. Era, sostanzialmente, una questione di tempo. Ma nulla di più. In pratica la crisi di governo ne ha aperta un’altra, a distanza di poche ore: quella tutta interna al Partito democratico, che dovrebbe essere l’alternativa a questo esecutivo ma anche ad una sempre più probabile coalizione di centrodestra. Sul futuro istituzionale, invece, bisognerà attendere Sergio Mattarella.

Una crisi irrituale nei tempi e nei modi. Nei tempi, considerato il periodo estivo, nei modi di come si stanno consumando le tappe della vicenda. Fino a lunedì, giorno della capigruppo al Senato che di fatto ha riaperto i lavori parlamentari, nessuna dimissione. Nè di Conte, né di Salvini o dei suoi ministri. Sarebbe bastata una mossa di uno dei protagonisti per far crollare più velocemente il castello. Ed invece Conte è rimasto lì, così come Matteo Savini che ha proseguito la sua azione da Ministro degli Interni puntando il dito contro nuovi sbarchi. Come se nulla fosse accaduto. Irrituale, anche tutto questo.

Di fronte al venir meno del socio al 50 per cento del governo, il premier Conte, prestato alla politica, avrebbe potuto immediatamente consegnare il mandato nelle mani di Mattarella. Lo stesso vale per Salvini e per l’intera componente della Lega che avrebbe potuto ritirare la sua pattuglia governativa. Tutto questo non c’è stato e ha messo in moto una macchina più complessa che a tutti potrebbe essere utile, tranne che al Paese.

Ultima considerazione: nel corso del tempo quasi tutte le forze politiche, presenti oggi in Parlamento, hanno contestato, all’atto della caduta di un governo, accordicchi o intese nate senza legittimazione popolare. Certo è che in politica tutto può succedere e cambiare ma negli ultimi giorni assistiamo al tutto e al suo contrario. Compresa la giravolta, improvvisa, di Matteo Renzi, dopo mesi di attacchi violenti al Movimento 5 Stelle e soprattutto dopo essere stato il protagonista del mancato accordo tra il suo partito e i grillini dopo le ultime elezioni politiche.  

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