Che caldo!

di Vincenzo Benvenuto

«Che caldo!».

«Non ho dormito (per il caldo)!»

«Non si può lavorare (sempre per il caldo)!»

Sfido chiunque, in questi giorni di canicola africana, dal Manzanarre al Reno, dalle Colonne d’Ercole al deserto del Gibuti, a sentire qualche esclamazione diversa da queste appena riportate.

Si lamenta il Direttore Noncetrippapergatti che, condannato a uscire dalla Porsche Cayenne in cui qualche spione giura di averci visto ibernata l’amata prozia, deve varcare la soglia dello stabilimento refrigerato dagli orsi polari. Si strugge Don Vitalizio, politico di lungo corso e di manica corta, che proprio non ce la fa a lasciare l’ombra hawaiana quel tanto che basta per catafottersi nel mar dei Sargassi.

«Che caldo!» sbuffa pure Romelu Lukaku mentre calza gli scarpini dell’Inter e riflette che, probabilmente, tutto sto’ viaggio della speranza dalla perfida Albione all’Italia Salviniana, non vale la modesta cifra di sessantacinque milioni più dieci di bonus del suo cartellino.

E poi c’è il rampollo Elkann di qualche stagione fa che ancora non riesce a dormire assillato com’è dal ferale dubbio: è più caldo (ancora caldo!) il ventre di Samantha o quello sui generis di Mandingo Orsobilinguo?

Ma si sa, il lamento è un diritto che spetta a tutti. È come il biglietto gratis ai consiglieri comunali per la partita della Salernitana: se non ce l’hai, non conti un cazzo. E quindi, eccola, la folla biblica del «Che caldo!» inframmezzato dal «Non ho dormito (per il caldo)!» corretto, per l’occasione, da una spruzzata di «Non si può lavorare (sempre per il caldo)!».

Certo, si è sentito per un attimo penalizzato Gigino ‘a Controra che, nomen est omen, nessun occhio umano ha mai visto faticare nemmeno per un minuto: «E che madonna, – si dice abbia protestato dopo una bestemmia di quelle che farebbero stingere la coda pure al Satanasso del Santo Bevitore – «tutti possono lamentarsi delle tre cose, solo io sono escluso dall’ultima («non si può lavorare!»)? E non vi pare che ciò sia ‘na nfamità vera e propria oltreché (ma questo sembra gliel’abbia suggerito suo cognato Clemenzadellacorte, principe del foro di Roccasecca) una palese violazione dell’art. 3 della Carta Costituzionale?».

Infine, c’è Aisin. Dopo una laurea immolata sull’altare della famiglia lì, in Tunisia, benedice il caldo a picco del suo solco di pomodori che ancora gli consentirà di guadagnare dieci euro per dodici ore di fatica. Ma Aisin non fa testo: lo sanno tutti che è un privilegiato.

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