Quaranta minuti

di Vincenzo Benvenuto

Il crepaccio mi ostenta come la forma d’arte più bella della sua conformazione mineraria. Il sole, però, fa male. Cauterizza la pelle fino a fonderla con le ossa sottostanti.
Sono trascorsi trenta minuti dalla telefonata al 118. Sento che, a breve, la mia razionalità si stempererà in una dimensione onirica. D’altronde, il dolore alle gambe è talmente acuto che invoca il deliquio per evitarmi la «morte di male», come ho lamentato all’operatrice italiana.

Mi viene da scimmiottare un sorriso. Il lamento non mi appartiene. Me lo dice sempre mia mamma che chi è troppo forte, chi non si lagna mai, alla fine non mette in condizione l’altro di intercettare la sua sofferenza. Al telefono, ad esempio, avrei dovuto dare fondo a tutta la mia energia e piangere, disperarmi. Chissà che così i soccorsi non fossero già arrivati.

Poco importa. Io aspetto. I miei ventisette anni m’impongono di nutrire speranza.
Da qui, il mare del Cilento mi aggredisce le pupille. Che sollievo caderci dentro, inabissarsi nel refrigerio delle sue eterne correnti. E invece mi tocca aspettare. Stringere i denti e sperare che almeno la tecnologia mi possa individuare. Che cosa buffa: io che scarpino attraverso sentieri anche per sfuggire alla dittatura della connessione, trovarmi a confidare nella geolocalizzazione per essere scovato e soccorso.

Sento il frinire di migliaia di cicale. Provo a gridare. Magari qualcuno, nelle vicinanze…Ne esce fuori un suono gutturale, dove gli acuti sono tutti esauriti dal dolore che sfiletta le corde vocali. Silenzio intorno. Il lamento delle cicale si arresta. Per un attimo mi sento addosso il peso insostenibile di miliardi di occhi: delle cicale, senz’altro, ma pure dei serpenti che colonizzano le cento guglie di rocce calcaree e degli altri esseri viventi che popolano questo scorcio di Cilento.

Le cicale riprendono a frinire. La vita, solo in parte percepita, continua a scorrere.
Il quadrante del mio orologio segna quaranta minuti dalla chiamata al 118. Si sarà rotto. Un rumore in lontananza. Apro gli occhi. Crisalidi di luce che si avvicinano. Le mie labbra screpolate sanguinano un sorriso. Mia mamma mi indica radiosa. Mio padre si affretta, pur nell’impraticabilità del sentiero, a dirigersi verso di me. Cristine, Maximilien, gli stanno dietro baldanzosi.

Un bacio. Sulla fronte. Mia nonna, con la sua pelle di pesca, mi stringe forte. Grido, dando fondo all’ultima lamina di voce. Che stiano lì. È pericoloso per loro raggiungermi. Ecco, mi alzo.
«Vengo io.»

Le mie gambe sono improvvisamente forti come le radici della ginestra che si arrampica su quel costone. Adesso addirittura corro, come se le rocce si fossero sfaldate in un setoso prato verde.
Ho bisogno del loro abbraccio e passerà tutto. Il dolore, il sole, il sangue, le ossa, le gambe: inutili orpelli di un flusso costante di vita.

Lo sapevo io che un ragazzo, a ventisette anni, non può morire.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.