Sempre e per sempre dalla stessa parte mi troverai… forse

di Vincenzo Benvenuto

Com’è che diceva la canzone di De Gregori? Ah, già: «Sempre e per sempre/dalla stessa parte/mi troverai.»
Ricordate? Bene. Resettate tutto.
Se c’è un termine, un lemma che vive una paurosa crisi esistenziale, questo è «coerenza».
Per quanto mi riguarda, il crepuscolo della coerenza è iniziato a giugno 2019.
Il dies a quo è stato il passaggio del Che Sarri dal Napoli, a cui si era votato come il pellegrino a San Rocco, alla Juventus del Palazzo da espugnare.
Quest’evento, come la cometa per i Magi, avrebbe dovuto segnare l’inizio di una nuova era. E invece, vuoi per l’estate che sempre ammolla le intuizioni argute, vuoi per l’eccezionalità del caso specifico, si è creduto di poter confinare l’episodio nel mondo del calcio, di per sé troppo spesso amorale e venale.
Nella sostanza, però, il primo colpo all’infausta coerenza, era bello che assestato.
L’epifania del fenomeno si è manifestata nel periodo che va dalla crisi di Governo del Capitone verde-bruno (cercava le elezioni e ha trovato il Governo…degli altri: quando si dice «serendipità!»), alla formazione del nuovo esecutivo. È in questo lasso di giorni, infatti, che nulla è stato più come prima.
Il partito di Bibbiano è diventato la formazione politica dell’affidabilità, quella a cui volentieri consegnare i tuoi pargoli per fargli capire i valori della vita.
I grullini il cui quoziente intellettivo (vedi Toninelli) era più basso di un basso della Napoli bassa, trasformarsi in vette di pensiero pronti «a rimirar le stelle».
La coerenza (e come darle torto?) ormai non sa più cos’è, e non riconosce più la sua esatta posizione nello scacchiere delle parole (essa che, nelle trincee dei punti fermi, ha edificato il suo stesso significato).
Ma la coerenza, come tutte le parole pregnanti, vorrebbe ricominciare, alla stregua della vocina del navigatore che dopo aver sbagliato direzione, imperterrita, ricalcola il percorso e prosegue verso la meta.
Appunto, vorrebbe.
Il problema, il diaframma tra la sua volontà e la realtà delle cose, è il web e la sua memoria elefantiaca. Quando, in uno stato di completo isolamento, dopo che si è svenata a guardarsi dentro e a riappropriarsi del suo essere, la coerenza ritorna nel mondo, c’è sempre un post, un video, una chat a ricordarle la sua mutazione genetica.
Ovviamente anche prima, per la coerenza, ci sono stati periodi di crisi (dal trasformismo di Depretis fino ai cambi di casacca nell’ultimo esecutivo) ma mai così ripetuti e, grazie al web, tanto amplificati.
Sono tempi difficili. Per la coerenza, per gli ideali che su di essa hanno fondato la propria ragion d’essere, per i molti vocaboli a cui sono bastati 500 giorni di governo infausto per rimanere ostaggi di travisamenti (ONG = taxi del mare, straniero = nemico, contestazione = reato).
Non ci resta che attendere tempi migliori, noi che perdiamo la bussola (con conseguente senso di colpa) non appena svicoliamo dalla strada maestra dei nostri convincimenti.
«Tu non credere/se qualcuno ti dirà/che non sono più lo stesso ormai/Pioggia e sole abbaiano e mordono/ma lasciano/lasciano il tempo che trovano…».

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