Quasi un anno senza Silvia

di Vincenzo Benvenuto

Dov’è Silvia Romano? Dal 20 novembre 2018, giorno del suo sequestro in Kenya, è trascorso quasi un anno. In questo lungo lasso di tempo, l’unico elemento certo è che, pochi giorni fa, la volontaria italiana ha compiuto 24 anni. All’aeroporto di Mombasa, in Kenya, c’è un rigido protocollo da rispettare: tutti i passeggeri sono fotografati e a ognuno di loro vengono prese le impronte digitali. A tutti, tranne che a una; nell’archivio della polizia aeroportuale, infatti, non ci sono foto né impronte di Silvia Romano. Il 22 settembre e la notte tra il 5 e il 6 novembre, Silvia ha dormito alla Guest House Marigold a Mombasa. «Mi perdoni, ma Silvia ha dormito qui?».

Questa domanda, che sarebbe venuta in mente anche al più sgangherato dei detective, non è mai stata posta alla signora indiana che gestisce la struttura: «Quando abbiamo saputo del suo rapimento, ci siamo preparati a ricevere la visita di qualche investigatore. Nessuno, però, è venuto a farci domande».

L’11 novembre, nove giorni prima di essere sequestrata, la volontaria italiana si è recata a una centrale di polizia per denunciare un pastore anglicano, tale Francis Kalama di Marafa. L’accusa è quella di pedofilia. Nel database della polizia, così come nei faldoni opportunamente consultati, però, non c’è traccia di alcuna denuncia sporta. E ciò nonostante, in un audio whatsapp reso pubblico, Silvia Romano racconti soddisfatta che il pastore anglicano sarà arrestato e «le bambine (molestate, ndr) sottoposte a un test medico».

Lo spettro della pedofilia, a ben vedere, sembra interferire spesso con la vicenda umana e professionale della giovane italiana. Nel centro per bambini a Likoni gestito da Davide Ciarrapica (condannato a 6 anni di reclusione e a 35 mila euro di danni per aver staccato a morsi un orecchio durante una rissa in discoteca) e dal suo socio e amico Rama Hamisi Bindo («figlio di un politico famoso e protetto da persone insospettabili»), ultimamente Silvia Romano si sentiva a disagio: aveva il fondato timore che in quella struttura i piccoli ospiti venissero molestati.

«Io avevo tra bambine in quel centro, poi le ho ritirate. Perché? Accadevano cose poco corrette e imbarazzanti. Tornate a casa, le mie figlie riferivano di strani atteggiamenti di Davide e del suo socio Rama Hamisi Bindo». Alcuni dati sulla vicenda, però, li abbiamo: la polizia di Mombasa, secondo più testimoni, «non è mai intervenuta con la dovuta determinazione per indagare sul caso».

L’esercito «ha chiuso le frontiere con la Somalia, ma non è stato assolutamente cooperativo con le indagini». E il Governo italiano? Dopo un primo, scontato «silenzio stampa» chiesto dalla Farnesina che faceva sperare approfondimenti sul caso, più nulla.

Eppure sono passati solo quattordici anni dal rapimento della giornalista de «Il Manifesto» Giuliana Sgrena. In un mese, un mese esatto, la donna venne liberata dall’irreprensibile Nicola Calipari; a prezzo della sua vita, ma questo è un altro discorso. Probabilmente perché c’era un’altra sensibilità. Forse perché non erano coinvolti pastori anglicani o figli di politici accusati di pedofilia. Sicuramente perché c’erano altri uomini nelle Istituzioni.

In ogni caso, noi, Silvia Romano l’aspettiamo davvero. Perché noi, proprio come scriveva lei sui social, «amiamo stringere i denti ed essere una testa più dura della durezza della vita.» Grazie al direttore di «Africa Express», Massimo A. Alberizzi, per il suo faro costantemente acceso su Silvia Romano

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