Il selfie con l’opera d’arte

di Vincenzo Benvenuto

A una gita scolastica di troppo tempo fa, comprai una macchina fotografica. Era una kodak avveniristica, di quelle usa e getta. Non ci fu monumento storico che non venne catturato dal mio precario obiettivo. Prima, però, che si esaurissero le 27 foto del rullino, Simona mi aprì gli occhi: «Ma che ti scatti? Se vuoi una foto della torre di Pisa, basta comprare una cartolina. Ti piace la torre? Mettiti sotto, e solo allora ha senso farti una foto».

Personalizzare, ecco il segreto per uscire dall’anonimato, ancor di più nella nostra asfittica società. Giorni nostri. La direzione del Louvre, per evitare che si formino code chilometriche di fronte alla Gioconda, ha assegnato un tempo a ogni visitatore: 30 secondi di osservazione e poi…«circolare!» e «avanti un altro».

Mo, ditemi voi: io sono venuto da Salerno, sono qui solo per fare colpo sulla mia amica che fatele vedere tombe, quadri e statue, e va in brodo di giuggiole, e che faccio? Un selfie con sfondo di Gioconda non me lo sparo? Certo che sì, e già l’invidia che abboffa la pupilla dei miei compagni la vedo riversarsi sulla bacheca di Facebook. La mia amica sfrutta il suo tempo in uno stato d’animo che non avrebbe nulla da invidiare all’estasi di Santa Teresa. Tutto il suo essere è irretito dallo sguardo magnetico della Gioconda. Una scaglia di eternità, ed è costretta a passare oltre, rammaricata di aver già esaurito i suoi 30 secondi.

È il mio turno. Percepisco l’invidia del suo sguardo che vorrebbe ancora abbeverarsi al genio di Leonardo. Ci sono solo io di fronte alla mia personalizzazione del successo. Già sento la crescita esponenziale dei numeretti nel rabbuffo rosso su sfondo blu delle mie notifiche. 3 secondi per prendere il telefonino. Ancora 3 secondi per azionare la telecamera. 4 secondi per invertire la messa a fuoco esterno/interno. 5 secondi per trovare un’inquadratura soddisfacente che renda giustizia al mio io al cospetto dell’opera d’arte. 4 secondi per regolare la luminosità e altri 5 per portare al massimo il filtro bellezza. 3 secondi per atteggiare il mio viso a una maschera soddisfacente. Manco il tempo di premere il tondino di «foto», che una tizia con gli occhiali a fondo di bottiglia mi dà una spallata, e mi spinge nell’angolo di chi ha già goduto.

Marta, la mia amica, ha assistito alla mia performance da un angolo di disapprovazione. La vedo portare il suo bel faccino, la sua terza abbondante e il suo ondeggiare che ha tormentato le mie ultime notti, lontano anni luce da me. Sono tre giorni che la provo a chiamare. Il suo cellulare risulta desolatamente spento. Mi decido a tornare a Salerno. Poco prima di salire sull’aereo, mi riguardo la foto della Gioconda.

“E per forza che è scappata via, guarda che bitorzolo che si vede sulla mia fronte! Me lo diceva Peppe: compagno mio, su tutto, ma sui pixel della fotocamera, non si risparmia. Mai!”

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