La democrazia annichilita

di Alessandro Rizzo

Con 553 voti favorevoli, 14 contrari e 2 astenuti la camera ha approvato il taglio dei parlamentari. Chi grida evviva o è in malafede o è un ignorante. Tertium non datur.

400 deputati al posto degli attuali 630 e 200 senatori anziché 315 significano un risparmio di pochi spiccioli a fronte di una tremenda mortificazione della rappresentatività della democrazia. Senza tacere la riduzione dei collegi uninominali. Il numero di senatori eletti per ogni regione è destinato a ridursi da 7 a 3. Meno membri della casta, vi diranno; sì, ma anche meno rappresentanti del popolo in Parlamento.

La manovra ha il sapore dell’asta delle auto blu su Ebay voluta da Renzi. Una pagliacciata demagogica, per pochi euro di risparmio a fronte, quanto meno, di nessun danno. Qui invece il danno c’è.

Ma se l’obiettivo è il risparmio, per quale motivo è necessario ridurre del 35% il numero di parlamentari invece di tagliare del 35% le loro indennità?

Vediamo con attenzione cosa accadrà con un numero ridotto di parlamentari. Il primo effetto, come dicevo, è quello della minore rappresentatività. Minore, un concetto di quantità, ma la rappresentatività sarà anche peggiore, un concetto di qualità. Dal referendum sulla democrazia ad oggi il numero medio di abitanti per parlamentare eletto è salito da 96mila a 151mila alla Camera e da 188mila a 302mila al Senato. Verrebbe da dire che forse il numero di parlamentari dovrebbe aumentare. Con la riduzione si indebolisce la rappresentanza politico-territoriale, nel senso che ogni territorio esprimerà un minor numero di rappresentanti. Per altro verso si rafforzerà invece la rappresentanza partitica perché a fronte di un minor numero di parlamentari, risulteranno evidentemente avvantaggiati gli apparati più organizzati di partito.

Ma la rappresentatività peggiorerà anche. La riduzione del numero dei parlamentari nei collegi plurinominali farà aumentare il numero di voti occorrenti per un seggio, introducendo una soglia di sbarramento naturale decisamente più alta (e dunque restrittiva) di quella attuale del 3%, con una pesante mortificazione delle forze politiche di minoranza, destinate ad estinguersi del tutto.

La prova poi del fatto che tale riforma sia stata pensata senza alcuna specifica competenza in ordine allo svolgimento dei lavori parlamentari è data dalle profonde lacune circa una serie di effetti pratici che la riduzione finirà per avere. Pensiamo alla composizione delle 14 commissioni parlamentari, da formarsi con un numero così ristretto di deputati e senatori. Vedremo parlamentari nominati in più di una commissione correre nei corridoi per cercare di partecipare ai lavori di entrambi gli organismi. Vedremo le forze di minoranza, anzi non vedremo le forze di minoranza, comporre le giunte o le commissioni consultive, per difetto di parlamentari eletti.

Ebbene questa mia modestissima analisi, per nulla esaustiva, mi pare una previsione talmente lapalissiana che davvero non riesco a capacitarmi che a pensarla così sia solo io. Interrogandomi, sono partito dal principio, da cosa abbia mosso questa scellerata riforma, dalla demagogia. Ho rispolverato Aristotele e ne ho ricordato la definizione che questi ne dava come la pratica politica tendente a ottenere il consenso delle masse lusingando le loro aspirazioni, che il filosofo descriveva come un aspetto degenerativo o corrotto della politèia, ad opera degli «adulatori del popolo». Da un lato i politici che adulano il popolo e dall’altro un popolo che vuole essere adulato. La lampadina si è accesa quando ho letto stamattina l’intervista di Pierferdinando Casini su Repubblica. Non è il contenuto, coincidente col mio pensiero, che mi ha sorpreso, quanto piuttosto il suo interrogativo, lasciato privo di risposta, sul fatto che Pd, Forza Italia e Renzi abbiano votato la riforma. Che senso, mi sono chiesto, può avere l’adesione dei partiti maggiormente rappresentativi? Semplice, il senso ce l’ha eccome! Perché solo oggi, riflettendo, ho dedotto come da un numero ridotto di parlamentari, ad uscirne rafforzata non sia né la democrazia né il popolo, ma solo ed unicamente i partiti.

Il motivo per cui soltanto io e Casini abbiamo il coraggio di dirlo apertamente è che lui è parlamentare da 36 anni, io invece sono un uomo libero a prescindere.

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