Figli dell’industria 4.0

di Vincenzo Benvenuto

Eccoli qui. Come tutte le notti, è Bruno ad affacciarsi per primo alla finestra. A ruota seguiranno, ognuno all’insaputa dell’altro, Pamela e Roberto. Bruno, Pamela e Roberto sono persone assai diverse tra loro. Bruno è sposato ed è padre di tre bambini. Pamela, dopo la separazione, convive con un uomo che l’adora. Roberto è single e sta a casa della madre affetta dal morbo di Parkinson. Cosa hanno in comune queste tre persone? A parte il fatto di essere miei pazienti, unicamente un lavoro «controllato».

Bruno lavora in una fabbrica di ascensori. In un paio d’anni, la produzione è raddoppiata: da cinque cabine al giorno, adesso se ne producono dieci. Il fattore scatenante è da rinvenire negli schermi Andon installati nella sua ditta. Questi display controllano ogni fase dell’assemblaggio e indicano l’obiettivo da raggiungere. Quando la produzione rallenta, Andon diventa rosso come un peperone e Bruno e i suoi colleghi leggono sul monitor il ritardo accumulato. A questo punto, per il timore di perdere il posto, tutti gli operai assumono un ritmo di lavoro che di umano ha poco o nulla.

A Pamela, invece, hanno fatto obbligo di indossare uno smartwatch. Quando la sua produzione rallenta perché, come in questo caso, perde qualche secondo in più in bagno, lo smartwatch vibra. Ora, poiché si vocifera che il contratto a tempo indeterminato è condizionato a un numero di vibrazioni superato il quale si è precari a vita, Pamela si obbliga a ignorare la sua fastidiosa cistite.

Roberto lavora per una ditta che ripara caldaie. Quando entra nella casa in cui dovrà effettuare la riparazione, parte un timer che scandisce il tempo della lavorazione. Nel momento in cui i minuti in dotazione stanno per scadere, l’assistente chiama e chiede spiegazioni. Roberto, allora, proverà a giustificarsi in qualche modo. Se, invece, si va oltre il tempo assegnato, l’assistente ordinerà a Roberto di abbandonare il posto di lavoro a prescindere dallo stadio della riparazione e di raggiungere quanto prima la nuova caldaia da riparare.

Io sono Elvira, la loro psicologa. E loro tre, Bruno, Pamela e Roberto, sono gli unici pazienti di cui mi occupo gratis. È inutile che vi spremiate le meningi a capire il perché. Semplicemente non mi va di prendere i loro soldi. Di questi tempi, gli psicologi guadagnano fin troppo bene e qualche gesto di magnanimità si può anche fare. È giunto il momento di ritornare a letto.

Li osservo per l’ultima volta mentre implorano la notte di lenire le loro paranoie e i loro tic nervosi. Domattina mi devo svegliare presto. Devo accompagnare la mia Annarita dal ginecologo. Mia figlia ha perso il lavoro perché, non appena ha saputo di essere incinta, nella pausa lavoro, ha consultato un sito che tratta argomenti come maternità, gravidanza, etc..

L’azienda presso la quale era in prova, ha preferito non assumerla, nonostante la mia Annarita fosse l’unica candidata con un master alla Bocconi. Buonanotte, miei alienati figli dell’industry 4.0.

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