L’esercito dei sommersi

di Maria Rosaria Anna Onorato

Negli ultimi 10 anni 1,8 milioni di studenti hanno abbandonato la scuola prima di sostenere l’esame di Stato. È come se ogni anno fosse sparita dai banchi di scuola una città grande come Modena. Gli addetti ai lavori distinguono almeno tre tipologie di ‘dispersione scolastica:

  • Abbandono in corso d’anno
  • Abbandono tra un anno e il successivo
  • Abbandono tra un anno e il successivo nel passaggio tra cicli scolastici

La nostra fonte ha rilevato il fenomeno fino all’anno scolastico 2017/2018, ma l’emorragia di studenti continua a crescere. La propensione all’abbandono è più elevata nelle aree più disagiate del Mezzogiorno; ai maschi spetta il primato di ‘abbandoni’, le femmine tendono a proseguire gli studi e, nella maggior parte dei casi, conseguono il diploma di maturità seppure con risultati appena sufficienti. Gli abbandoni sono frequenti anche all’interno del percorso della secondaria di I°, con tassi elevati tra la popolazione studentesca maschile. In particolare presentano il differenziale di abbandono complessivo più alto Sicilia, Molise, Basilicata, Calabria, Sardegna e Campania. Il focus del Miur fotografa una drammatica realtà; sono numeri notevoli, non più campanello d’allarme per il nostro Governo, ma segno di totale disfatta del nostro sistema di istruzione e formazione. A questi dati aggiungiamo il numero degli abbandoni relativi ai frequentanti stranieri, che non arrivano neppure alla Licenza media. E c’è ancora un esercito di ragazze e ragazzi che la società perde, anche se arrivano all’esame di Stato; quelli che nei test Invalsi di fine percorso scolastico arrivano massimo al livello due in italiano e matematica e sono sotto il B1 di inglese. Sono studenti che stanno per prendere il diploma, ma è come se non avessero frequentato la scuola, perché hanno le stesse competenze di ragazzini di terza media.

Grafico 1

In Italia sono il 7,1 per cento, nelle scuole del Nord non superano il 3-4 per cento, nel Sud la percentuale sale più del doppio. Dunque il nostro sistema scolastico non è più adeguato a formare, ad accogliere e neppure a raccordarsi con il mondo del lavoro. Facciamo qualche riflessione sulla buona tenuta dell’istruzione liceale e tecnica (cfr.graf.19, fonte Miur): le famiglie che possono fare qualche sacrificio economico preferiscono iscrivere i figli in istituti più qualificati e con un quadro degli apprendimenti, magari un po’ demodé, ma sicuramente più efficace delle tante riforme che hanno distrutto l’istruzione professionale.

Una lettura approfondita della tabella fa emergere un’altra considerazione: il concetto di istruzione non è sotto scacco, né i giovani né le famiglie rifiutano la scuola, la severità e la fatica sono apprezzate, assai meno la facilitazione dei percorsi educativi imposta nei professionali con l’introduzione della valutazione dei risultati non nel primo anno, ma nel secondo anno, con un impianto dei contenuti caotico (cfr. le nuove Uda – unità didattiche di apprendimento -), e con un quadro orario confuso nel quale confluisce un po’ di tutto, come se l’istruzione sia informazione non formazione. I professionali sono la spia dello scollamento tra scuola e società, un vero percorso delle professioni dovrebbe preparare i nostri studenti ad affrontare il mondo del lavoro.

Invece ‘fanno i laboratori’ in locali angusti e poco accattivanti e con strumentazioni vecchie di una decina di anni. Insomma basterebbe mandare uno studente in una buona officina meccanica, o in un albergo/ristorante cinque stelle per avere risultati diversi. I nostri studenti si annoiano durante le ore di laboratorio, perché sanno già che ‘là fuori’ dovranno mettere da parte quello che hanno imparato e ripartire da zero. Sentono che stanno perdendo tempo. Quelli più coraggiosi stringono i denti ed arrivano alla fine, sperando di trovare un lavoro ‘dopo’ e di mettere a frutto la loro passione, non le loro competenze (perché non le hanno acquisite).

Eppure l’Unione europea è larga di finanziamenti per le scuole del Sud: la risorsa sta nei Programmi operativi nazionali. Obiettivo prioritario dei Pon Ricerca e Innovazione è il riposizionamento competitivo delle regioni più svantaggiate allo scopo di produrre mutamenti per accrescere la capacità di produrre e utilizzare ricerca e innovazione di qualità per l’innesco di uno sviluppo intelligente, sostenibile e inclusivo. Gli ambiti di applicazione del programma sono dodici : Aerospazio, Agrifood, Blue Growth (economia del mare), Chimica verde, Design, Creatività e made in Italy, Energia, Fabbrica intelligente, Mobilità sostenibile, Salute, Smart, Secure and Inclusive Communities, Tecnologie per gli Ambienti di Vita, Tecnologie per il Patrimonio Culturale.

In queste aree l’intenzione è quella di creare opportunità di sviluppo territoriale, incentivare la formazione di veri e propri “laboratori di innovazione”, all’interno dei quali coltivare nuove conoscenze, talenti, imprenditorialità innovativa, opportunità di attrazione di competenze. La realtà è un’altra: nelle scuole del Sud si preferisce lavorare sul recupero delle competenze di base (obiettivo convergenza in italiano, matematica, inglese) progettando le 30 o 50 ore di finanziamento, offerte dai Programmi europei, come se fossero ‘ore di recupero’.

Grafico 2

Negli Istituti professionali un numero così alto di ore di permanenza a scuola è nefasto: gli studenti non fanno attività laboratoriale, ma ricevono ulteriori informazioni ex cathedra, il risultato è la fuga dalla scuola. Programmare nell’ambito delle professioni richiede sforzo, competitività e creatività, le scuole dovrebbero dotarsi di un ‘team’ di tecnici competenti e disponibili a mettere la loro esperienza al servizio del benessere degli studenti, un team che si preoccupi di rinnovare i laboratori per offrire agli allievi una preparazione all’avanguardia.

Però poi c’è l’Invalsi che penalizza l’istruzione professionale puntando il dito sui risultati conseguiti in italiano, matematica ed inglese. Cosa deve fare un Dirigente scolastico se nel Rapporto di autovalutazione questi tre ambiti sono al di sotto media? Aumentare i recuperi nelle discipline formali a scapito dell’innovazione laboratoriale, per evitare la perdita degli incentivi per i risultati non conseguiti. La mancata frequenza degli stranieri e gli abbandoni nella scuola secondaria di primo grado sono imputabili ad una mancata programmazione educativa per gli immigrati nelle nostre scuole.

Mancano docenti preparati in L2 (non previsti nel nostro ordinamento scolastico), la lingua italiana per stranieri è affidata alla buona volontà degli insegnanti curriculari e ai docenti di sostegno, così racimolando qualche vecchio libro di scuola elementare e qualche ora qui e là cercano di dare un minimo di formazione a questi ragazzi. Lo Stato non è mai stato pronto all’accoglienza e alla condivisione, questi ragazzi ci sono ‘capitati’ tra capo e collo e cerchiamo di farli incontrare con la scuola italiana come possiamo. Se potessimo leggere i dati dell’abbandono con lo strumento della microanalisi indiziaria ci accorgeremmo che la dispersione è prima di tutto un fenomeno sociale e poi scolastico. Inizia fin dalla composizione delle classi, visto che in certe aree del Paese si dividono ancora gli studenti per provenienza e censo, tanto che alcune classe (sezioni) dello stesso istituto subiscono il fenomeno delle ripetenze e della discontinuità dei docenti, in altre, invece, il fenomeno è più contenuto. Il sistema è vecchio, confuso e poco rispondente alle esigenze del mercato.

Le ultime riforme non hanno avuto lo scopo di rifondare l’istruzione scolastica in Italia, abbiamo avuto consistenti sforbiciate nel monte ore tese unicamente al risparmio. Abbiamo avuto una riforma ‘buona scuola’ che di buono non ha nulla, anzi ha contribuito ad aumentare il malessere del personale scolastico. Abbiamo subito la riforma degli Istituti professionali nei quali il bilancio delle competenze raggiunte (la promozione, ndr) si fa nel secondo anno, nei quali l’insegnamento dovrebbe seguire improbabili Unità Didattiche di Apprendimento nelle quali c’è tutto senza alcuna sistemazione logica. Abbiamo avuto riforme e leggi senza logica, in Italia siamo già oltre l’analfabetismo funzionale, lo dicono le statistiche.

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