Salvini, la Lega e un fiume di milioni

di Vincenzo Benvenuto

Qualche settimana fa, in «DiMartedì» di Giovanni Floris, era ospite Matteo Salvini. Quando i giornalisti presenti in studio hanno iniziato a incalzarlo sul Russiagate, sul viso dell’ex ministro degli Esteri si è adagiata una coltre di fastidio. A tal punto che il buon Matteo, dopo essersi lamentato del fatto che non lo facessero parlare dei problemi della «gggente che non ce la fa ad arrivare a fine mese», si è visto obbligato a cambiare strategia: irritato, infatti, da quella masnada di giornalisti lontani mille miglia dalle reverenze e dai salamelecchi del Vespa di turno, ha tirato fuori la foto dell’orecchio di un poliziotto «preso a morsi da un detenuto nordafricano».

Ora, a parte che poi la notizia si è rivelata falsa, la domanda è: in che consiste l’affaire russo che ha turbato in maniera così evidente l’altrimenti imperturbabile Matteo? Sarò telegrafico, precisando che siamo ancora nella fase delle indagini. Nell’ottobre 2018, il faccendiere lumbard Gianluca Savoini, ex portavoce di Matteo Salvini, avrebbe provato a mettersi d’accordo con tre emissari russi per spartirsi una percentuale del 4% pagata dall’Eni su una maxi fornitura di gasolio all’Italia.

Nello specifico, il patto tra Savoini e i russi incontrati nell’ormai famigerato Hotel Metropol, avrebbe previsto che Eni avesse pagato ai russi il prezzo pieno della fornitura per riversare alla Lega lo sconto del 4% incassato dai mediatori. Il giorno prima dell’incontro di Savoini con gli emissari russi, Matteo Salvini, «di pirsona pirsonalmente», era volato in Russia per un impegno pubblico e uno segreto.

Ufficialmente per presenziare al convegno di Confindustria, ufficiosamente per incontrare il vicepremier russo Kozak che, guarda caso, ha la delega agli affari energetici. Abbiamo parlato del 4% dell’affare. La percentuale, però, malgrado gli sforzi, non rende l’idea dell’enorme giro di danaro che sarebbe finito nel corpaccione leghista. Per la precisione, 65 milioni di euro in tre anni. Causale: finanziamento della campagna elettorale per le europee della Lega.

Conto della lavandaia: 49 milioni incassati per la truffa Bossi-Belsito (la Cassazione prescrive la truffa ma non blocca la confisca dei soldi), 65 milioni (se non fossero intervenuti l’inchiesta de l’Espresso prima, e le indagini poi, a svelare il tutto) per il Russiagate. Ecco, in soldoni (mai locuzione fu più appropriata), spiegato il nervosismo di Matteo Salvini.

Lo strenuo difensore del popolo, colui che accusa di radical-chicchismo tutti i politici che non si sporcano le mani nelle borgate, che non scendono in piazza per impedire che la famiglia rom assegnataria venga cacciata dalla palazzina popolare, ha gioco facile nello schierarsi senza se e senza ma al fianco della gente che soffre. Dall’alto dei 49 milioni certi e dei probabili 65 se tutto fosse andato per il verso giusto, è davvero agevole compatire il popolo che langue nella povertà più nera.

Purché, ovviamente, i giornalisti stiano al loro posto, e non si sognino minimamente di fare illazioni al proposito. In caso contrario, ci sarà sempre un orecchio, un braccio, un piede azzannato dallo straniero che proprio non capisce come si sta al mondo, pronto a guadagnar il favore delle telecamere. E tutti a ciarlare del problema dei problemi. L’immigrazione? Macché, il traffico di Johnny Stecchino nella mafiosissima «Palemmo».

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