Altro che divorzio all’italiana!

di Alessandro Rizzo

Stamattina (martedì 5 novembre per me che scrivo), tutti a parlare della puntata di Report e tutti a scandalizzarsi perché finalmente qualcuno ha messo in evidenza le disparità di trattamento introdotte in Italia dalla prima legge sul federalismo fiscale, la n.42/2009 a firma di Roberto Calderoli. Quel Calderoli che una volta si fece intervistare in mutande, che evidentemente da ministro della semplificazione aveva pensato di iniziare dal vestiario.

Stamattina quindi alcuni genitori davanti alla scuola dei miei figli commentavano la puntata di Report. Io, come uno sherpa che si inerpica sulle montagne del Nepal con addosso quintali di cultura contenuti negli zaini scaraventati ai miei piedi prima ancora dell’ultimo trillo della campanella, ho pensato “altro che divorzio all’italiana. Lo dico da anni che è uno scippo all’italiana!”.

Ed è uno scippo, per la verità non il primo nella storia d’Italia, che il meridione subisce. Minimo, certo, rispetto all’“eroico” furto garibaldino, ma pur sempre uno scippo. Questa volta però non mi sento di criticare unicamente la lega. Due cose vanno riconosciute preliminarmente. La prima, che la lega tutto sommato persegue e perseguiva già allora, coerentemente, i propri obiettivi dichiarati; su questo almeno non le si può imputare nulla. La seconda, che l’azione politica leghista non rispecchia minimamente la cultura diffusa settentrionale. Esiste un tessuto nobile al nord che è in grado di riconoscere la laboriosità dei meridionali, al di fuori e a dispetto di qualsiasi ridicolo luogo comune. 

Questo dipinto contribuisce ad infittire il mistero secondo cui, mentre al sud il partito di Salvini si dilata come un rospo in una pozzanghera, al nord è invece rimasto pressoché stabile, accresciutosi quel tot fisiologico in conseguenza della disfatta di tutte le altre forze politiche nazionali, da sinistra a destra passando per i populisti pentastellati.

Ma se è vero, come è vero, che a non far funzionare il federalismo fiscale è stata la mancata attuazione dei cosiddetti LEP, Livelli Essenziali delle Prestazioni, è vero anche che tale omissione non è ascrivibile solo alla lega ma anche a chi, in seguito, ha occupato ruoli chiave ad esempio nella Commissione Fabbisogni Standard come il deputato Luigi Marattin, prima Pd e ora Italia Viva. Insomma, siamo di fronte a uno scippo bipartisan. 

Ma uno scempio che continua a tenere sotto scacco l’intero meridione, trascinato giù in una spirale implacabile, una sorta di cane che si morde la coda perché, in mancanza dei Lep, si continua ad applicare il criterio della spesa storica ovvero il principio per il quale i fondi destinati ai Comuni per la costruzione degli asili nido, tanto per usare lo stesso esempio di Report, vengono quantificati in base alla spesa storica sostenuta dal Comune. Sicché se la spesa precedente è zero i fondi saranno zero, con l’assurda conclusione che così facendo il fabbisogno pro capite verrà determinato in misura pari a zero, appunto. Il vero assurdo di siffatto principio non è stato colto da tutti e non è che i fondi per ogni bambino siano zero, quanto che per ogni bambino venga determinato un fabbisogno pari a zero. 

A questo meccanismo decisamente poco intelligente (non è un caso che i tecnici abbiano denominato tali criteri “variabili dummy regionali”, dummy in inglese significa appunto stupido) si aggiunge il danno provocato dai patti di stabilità, i cui criteri di applicazione talvolta non del tutto obiettivi hanno precluso ulteriormente la capacità degli enti locali di programmare investimenti, sicché la spirale perversa è destinata a non terminare mai. Chi non può investire non riceverà fondi; chi non riceve fondi non potrà investire. Il tutto a discapito della qualità dei servizi generali ai cittadini e alle famiglie. 

Se i Lep non sono stati attivati finora vuol dire che evidentemente un problema a codificare le prestazioni essenziali c’è. La soluzione quindi è l’individuazione di un meccanismo diverso, piuttosto inverso, che stabilisca senza se e senza ma che l’investimento pro capite debba essere, se non del tutto identico, quanto meno poco differente tra le Regioni. 

Ma è guardando la ratio della legge 42 che si comprende appieno perché questa non avrebbe potuto funzionare. Perché, innanzi tutto, in una logica europeista, l’introduzione di un federalismo nazionale è nella migliore delle ipotesi incoerente. 

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