Tedesco, presidente eterno: «Sua la Salernitana più amata di sempre»

di Matteo Maiorano

Nello sport non vince sempre chi ha maggiori disponibilità finanziarie. A volte è necessario investire nella passione per creare un ponte con i propri fidelizzati, quei tifosi ai quali basta un pallone da inseguire. Concetti ancorati a visioni anacronistiche ma che probabilmente oggi sarebbero utili come il pane.

E a dieci anni dalla scomparsa dell’avvocato gentiluomo è questo, sportivamente parlando, il suo lascito più prezioso. Il suo patrimonio da non dilapidare. È stata l’omelia di don Luca a scandire una giornata che resterà a lungo scolpita nella memoria collettiva. La piccola comunità di Sieti, poco più di mille anime nel comune di Giffoni Sei Casali, ha voluto rendere omaggio al compianto avvocato Giuseppe Tedesco a dieci anni dalla scomparsa.

Il principe del foro salernitano è stato celebrato con l’intitolazione di una delle piazze del comune picentino, che ha reso eterno il nome del presidentissimo. La storia di Giuseppe Tedesco si intreccia inevitabilmente con quella che è la storia della Bersagliera. Il club granata è stato infatti guidato proprio dalla toga nel lustro che va dal ’67 al ’72. Anni difficili, durante i quali l’amore ha fatto sì che la Salernitana non solo sopravvivesse ma che riuscisse a collezionare il suo primo (e tuttora unico) trofeo a livello giovanile. Erano altri tempi, quelli in cui il tessuto sociale si intrecciava con la squadra di calcio che era, allo stesso tempo, rappresentazione fedele della cultura del popolo di San Matteo. E la distanza tra poltrone e spogliatoi era impercettibile.

Fulvio De Maio, portiere nonché pilastro del “Gruppo ’68” che sul finire degli anni sessanta alzò al cielo il trofeo Berretti, ricorda con immutato affetto colui che definisce un secondo padre.

Sotto il profilo della toga è riconosciuto quale professionista indiscutibile. Anche come presidente Tedesco riscuoteva medesime impressioni?

«L’avvocato è stato per me una figura paterna. Ho iniziato a difendere i pali della Salernitana quando avevo 15 anni, nella categoria Allievi. Tedesco fece il suo ingresso nel club come commissario. Erano tempi durissimi, la squadra versava in condizioni non semplici. All’epoca gli sponsor erano pressoché ininfluenti e gli unici utili erano rappresentati dagli incassi al botteghino. Tedesco riuscì nel difficile compito di gestire in maniera maniacale tutto, anche le formazioni più giovani della cantera granata. Era una persona per bene, aveva un grande cuore. Mi prese sotto la sua protezione e con lui ebbi la fortuna di debuttare in prima squadra, nell’allora serie C, che ero un ragazzino. Era un uomo d’altri tempi, i paragoni con il calcio moderno sono impensabili e fuori luogo. È stato un grande presidente».

Il trionfo del ’68 rappresenta un unicum ancora oggi. Quali fattori contribuirono a quel successo?

«Ho apprezzato molto le parole di Fabiani sulla questione. L’avvocato fu agevolato dalle persone che curavano il settore giovanile. Mario Saracino stava dalla mattina alla sera al Vestuti, a casa credo andasse solo per dormire e mangiare. I due magazzinieri Alberto Fresa e Pasquale Sammarco (quest’ultimo zio dell’attuale addetto al deposito del Sassuolo Alfonso De Santo, NdR) facevano da chioccia a quel gruppo. Svolgevamo le sedute di allenamento sotto la tribuna, quando c’era la possibilità giocavamo al Vestuti. A seguito della vittoria del trofeo Berretti il presidente donò 25mila lire a testa ad ognuno di noi».

Filo conduttore delle formazioni di Tedesco era l’affinità tra i compagni all’interno dello spogliatoio…

«Quello che accadde fu incredibile, nacque un gruppo compatto che superò ogni avversità. Nelle fasi finali fummo aiutati dai “grandi” della prima squadra, ma l’ossatura era forte. Tutte le squadre costruite da Tedesco potevano vantare un bagaglio tecnico notevole. Naturalmente il presidente collaborava con grandi squadre, aveva diversi amici che fungevano da mediatori, quali Romeo Anconetani e Bruno Somma. Ciò accadde a seguito della grande cultura e abilità dialettica che l’avvocato metteva in campo. La Salernitana del ’71 fu probabilmente una delle più forti di tutti i tempi, superata solo dalla corazzata Sorrento. Pilastri di quello spogliatoio erano Valsecchi, Pigozzi, Daolio e un certo Pantani, definito da Liedhom il più grande calciatore mai allenato con Rivera».

Il presidente riuscì nell’arduo compito di far sentire un manipolo di ragazzi parte di un progetto, creando un rapporto confidenziale merce rara ai tempi d’oggi…

«Parliamo di un’altra epoca; il mondo, l’economia, oggi sono differenti e ruotano intorno a dinamiche spesso poco chiare. Il rapporto affettivo migliora tutto, se ti affezioni è più facile fare risultato. Non ricordo mai episodi in cui qualcuno ha alzato la voce o in cui alcuni hanno creato confusione. L’avvocato aveva le palle».

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