Berlino e il muro abbattuto trent’anni fa

di Pippo Della Corte

Ci sono eventi che occupano immediatamente le più importanti pagine della Storia (quella con la s maiuscola). La cronaca non fa in tempo a raccontarli che la loro forza li proietta con determinazione in un ambito più alto, più significativo. E’ la loro capacità di segnare vite, abitudini e vicende personali in un contesto più complesso di vicende collettive.

Tra questi senza alcun dubbio rientra la caduta del Muro di Berlino avvenuta nel 1989 con l’apertura delle frontiere verso Occidente della Germania Est e la conseguente picconatura non solo metaforica del muro fatto erigere dal tirannico regime comunista sovietico. Un simbolo che era monito per tutti gli altri cittadini dei Paesi dell’Est finiti sotto la falce e il martello. Quella enorme striscia di cemento lunga centocinquantacinque metri e alta circa quattro, rinforzato con filo spinato e cecchini posti a guardia, era atto a dividere fisicamente la città di Berlino, enclave nel cuore della Repubblica democratica tedesca (ovviamente per nulla democratica!).

L’Europa dopo la Seconda guerra mondiale venne divisa in due blocchi di influenza politica ed economica: da un lato quella atlantista e filoamericana, dall’altra quella asservita alla dittatura comunista. La Germania subì la sorte peggiore, venne anch’essa divisa in due. Il Muro di Berlino nel quadro europeo è l’elemento di maggiore effetto e forza evocativa che rimanda la memoria di tanti a quanto all’epoca avvenne. Il suo abbattimento ha segnato, senza mezzi termini e giri di parole, la vittoria della libertà sulla tirannia, del bene sul male, dell’amore sull’odio.

Il prossimo nove novembre ricorreranno i trent’anni dal primo colpo di martello inflitto con forza su quella barriera di cemento: data che dovrebbe essere festeggiata in tutto il Vecchio Continente come un grande momento di gioia e di entusiasmo popolare. A quanto sembra, però, sono poche le iniziative che rimarcano e sottolineano la necessità di ricordarla con forza e fierezza. Una pecca che ricade su tante associazioni, movimenti politici, enti e istituzioni che spesso sventolano baldanzosi e a piacimento il vessillo della libertà facendo sfoggio di grandi, presunte sensibilità.

In Italia, dopo molti anni da quell’episodio, è stata approvata la legge n. 61 del 15 aprile 2005 che ha istituito il nove novembre quale “Giorno della Libertà”, senz’altro un passo importante sebbene tardivo. John Fitzgerald Kennedy in un celebre discorso del 1963 tenuto nella capitale tedesca ebbe a dire “Tutti gli uomini liberi, ovunque essi vivano, sono cittadini di Berlino e quindi come uomo libero sono orgoglioso di dire: Ich bin ein berliner! (sono un berlinese)”.

Il clima era quello della Guerra fredda e il presidente Usa andò a portare la propria vicinanza e solidarietà ai berlinesi e per estensione a tutti gli abitanti dell’Europa orientale. Un gesto di forte impatto in un clima di odio, rancore e permanente conflittualità. La libertà non è un feticcio da sventolare alla bisogna, è una cosa seria per la cui tenuta in vita occorre quotidianamente lottare al di là di ciò che alcuni soloni raccontano volendo rappresentare la propria verità sganciandola dalla storia e da quello che essa ha tramandato.

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