In bici nei paesi oppressi per dare voce ai loro popoli

di Adriano Rescigno

«Cuba, l’unico paese per il quale vale ancora lottare e morire». Emilio Lambiase, architetto di Cava de’ Tirreni, attivista italiano per la solidarietà con Cuba e presidente dell’associazione Italia-Cuba-Salerno. Membro del Consiglio Mondiale del Progetto José Martì della Solidarietà Internazionale con la Presidenza dello scrittore e politico cubano Abel Prieto Jiménez, già Ministro della Cultura. Amante della bicicletta con la quale ha stabilito diversi record mondiali, mezzo con il quale attraversare «paesi oppressi per dare loro voce».

L’architetto racconta la “sua” Cuba e la sue avventure. La proposta: «Il sistema cubano è unico, l’Unesco lo dichiari patrimonio dell’umanità».

Perché questa relazione e questo amore per Cuba? Crede che abbia inciso la casualità di nascere il primo di gennaio?

«Direi soprattutto perché sono nato in una famiglia povera e numerosa. Sono il 22esimo figlio, l’unico che ha studiato, e ho avuto una grande eredità dai miei genitori: la povertà, una condizione che ti sviscera i sentimenti dal di dentro. Quando si nasce poveri, studiare è il migliore atto di ribellione contro il sistema. Saper rompere la catena della schiavitù. Per casualità, nel mio primo viaggio a Cuba, sulla Sierra mi sono affacciato in un bohío e tutto ad un tratto, sono stato catapultato nella mia infanzia. Gli oggetti, la sistemazione delle poche cose del bohío erano maledettamente uguali a quelli della mia casa dove sono cresciuto. Anche la mia casa non aveva la serratura e dietro la porta d’ingresso erano fissati grossi chiodi che fungevano da attaccapanni».

Citerò i nomi di una città e di una persona con la quale ha intrecciato relazioni particolari: Santiago de Cuba e Armando Hart…

«L’amore con Santiago è materno. Il concepimento è iniziato il 26 luglio 2000 nel piazzale del Moncada alle cinque del mattino, quando fu pronunciato il mio nome come “ultimo” nell’elenco dei guerriglieri morti nel suo attacco nell’anno 1956. Subito dopo l’appello, mentre risposi “presente” alla moltitudine delle persone presenti all’atto di rievocazione, partirono le mie prime pedalate in bici per ripetere il percorso della Rivoluzione cubana dal Moncada alla Cabaña in 36 ore senza sosta. Fu quello l’atto che mi unì simbolicamente ai Barbudos, ripassando tutta la sofferenza a cui una guerra di guerriglia sottopone i combattenti. Questa è stata la mia medicina per portare a termine il mio impegno assunto col popolo di Cuba a seguito della mia lettera inviata a Fidel».

Di cosa si occupa l’Associazione Italia-Cuba-Salerno? Le immagini che richiamano la sua identità sono di impatto: Marx, Engels, Lenin, Ernesto Guevara, Fidel Castro e Hugo Chávez…

«Per me sono gli apostoli per un mondo più giusto. Per analizzare il grado di civiltà e di giustizia sociale di un popolo, basta dare uno sguardo alla parte della popolazione più debole: ossia i bambini e i vecchi, e vedere come sono trattati. A Cuba, solo per citare un esempio, non ho visto mai un bambino abbandonato a sé stesso. L’associazione recupera questi valori, fraternizza con Cuba che oggi porta avanti insieme ai paesi latinoamericani un importante progetto di integrazione e di costruzione del socialismo del secolo XXI. Assieme al Consiglio Mondiale del Progetto José Martì, si è costituita una rete che si dedica a sostenere la Rivoluzione e la formazione culturale, sociale e politica del popolo e al coordinamento a livello nazionale ed internazionale delle Reti e delle Organizzazioni Sociali e dei movimenti di solidarietà».

Tutto ciò ha quindi una relazione con le altre azioni realizzate in Iraq, Palestina. Cosa dice di questo?

«In Palestina non sarà mai raggiunta la pace, perché il suolo e il territorio del futuro Stato della Palestina è stato letteralmente usurpato da parte dello stato di Israele. Venuto meno il territorio come si fa a creare il futuro Stato? Ricordo che con la mia bici ho percorso idealmente i confini del futuro Stato di Palestina secondo il dettato della risoluzione dell’Onu ‘67, ebbene, mi sono imbattuto ogni 20 chilometri in un posto di blocco israeliano a guardia dei coloni, in pieno territorio Palestinese. Perché gli Usa hanno taciuto tutto questo? In Iraq, invece, ho fatto l’incursione in bici per rispondere all’appello dell’arcivescovo caldeo Delly, che ha gridato al mondo che l’embargo anglo-statunitense provocava oltre 4500 bambini morti ogni mese a causa di mancanza di medicinali. Ho illustrato il percorso da fare in bici e il trasporto simbolico di medicinali da donare all’ospedale pediatrico di Baghdad. Dopo la diretta televisiva in cui ho illustrato tutto questo sono stato raggiunto dalla telefonata da parte delle Farnesina che mi vietava di fatto il progetto perché l’Italia condivideva l’embargo. Solo grazie alla mia amicizia personale con l’Ambasciatrice della Siria, Nabila Al Schalan, abbiamo aggirato questa stortura. Nabila mi ha proposto di effettuare un’incursione con la mia bici nella Valle del Golan fino a raggiungere Quneitra, cittadina siriana rasa al suolo dagli israeliani durante la loro ritirata e mai ricostruita come simbolo dell’atrocità israeliana, in cambio avrei ottenuto il visto d’ingresso in Iraq dalla Siria. Così ho potuto percorrere gli oltre mille chilometri che separano Damasco da Baghdad attraverso il deserto. Il documentario che ha riportato le incursioni è “Una bici contro l’odio: da Damasco a Baghdad”».

La figura del presidente Usa, Obama, l’ha convinta? Com’è ad oggi il rapporto con Cuba?

«L’eliminazione del bloqueo con Cuba per me è solo il cambio di strategia per mettere le mani su Cuba; fare una nuova guerra con il volto “mascherato” della pace. Aspettiamo che ci detterà condizioni su presunte questioni di “libertà” e “diritti civili” che in via di principio non possiamo accettare da un governo che esporta “democrazia” a colpi di cannone. Trump è solito usare l’argomento dei diritti civili violati a Cuba. Sono perfettamente d’accordo con lui e dico che i diritti civili sono “violati”. Basta osservare le condizioni dei detenuti nella Base di Guantanamo e le torture fatte ai prigionieri. Tanto per cominciare va rimosso il carcere di Guantanamo e soprattutto riconsegnato all’autorità cubana il territorio della base che è occupato illegalmente dagli Usa. Ricordiamoci che il “contratto” di fitto unilaterale è scaduto nell’anno 2002. Obama ha ammesso che il blocco non ha ottenuto i risultati previsti; gli Usa hanno impiegato oltre 50 anni per capirlo. Trump oggi ha istituito un vero e proprio “blocco” contro Cuba, completamente illegale. Il “blocco” a una nazione si esegue sono in caso di guerra dichiarata tra uno Stato e gli Usa, che non hanno mai dichiarato guerra a Cuba, perciò fuori da qualsiasi normativa giuridica. “Embargo”, invece, si applica a quegli Stati che contravvengono a specifiche norme di diritto internazionale, e neppure in questo caso ci sono analogie con lo Stato di Cuba. Mi preoccupa la scarsa intelligenza del governo Usa nel non comprendere che Cuba sarà sempre la culla della Rivoluzione, mai interrotta e mai si interromperà».

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