Fausta, la maestra rivoluzionaria

di Vincenzo Benvenuto

A metà degli anni ’80 Giovi, frazione di Salerno, ha avuto la sua parentesi di rivoluzione. A incarnarla, udite udite, una forestiera: la maestra Fausta Gerbasio di Buccino. Tra le poche cose di cui vado fiero nella vita, c’è sicuramente l’ «io c’ero» in questo piccolo eppur deflagrante “assalto al cielo”.

«Signora, mettetevelo bene in testa, vostro figlio sarà già tanto se riuscirà a prendere la licenza media». La maestra Stella, «magra, segaligna e severa», dall’alto della sua unghia spezzata per aver mancato all’ultimo momento la mia mano da bacchettare, inceppa l’ascensore sociale agognato da mammà. «Niente diploma, figuriamoci la laurea!» -comunica, affranta, a mio padre. Il responso della maestra d’asilo (!) è una condanna inappellabile.

Primo giorno della prima elementare. Una maestra piccola, nubile nonostante l’età non proprio acerba. A un certo punto, armeggia sotto la cattedra e prende un libro: il Pinocchio di Collodi. Inizia a leggere e io vedo Geppetto, il tocco di legno, mastro Ciliegia. E più tardi, il Gatto, la Volpe, Mangiafuoco, il Grillo parlante, la Fata turchina. Possibile che la scrittura/lettura abbia il potere di accendere mondi nella mia mente? Cominciano le gare. Ogni alunno legge un brano, la maestra Gerbasio prende il tempo e stila la classifica. Al primo, l’applauso della classe. All’ultimo classificato, l’incitamento a migliorare perché il primato è sempre lì, a portata di mano.

E poi la storia raccontata con particolare predilezione per chi, questa storia, è destinato a subirla. E ancora il francese già insegnato dalla terza elementare perché «la conoscenza di una lingua straniera schiude la mente.»; per continuare con gli input lanciati in classe fino a farli diventare ragionamento e presa di coscienza collettivi sulla parità uomo-donna, sull’accettazione del diverso, sull’obbligo innanzitutto morale di aiutare chi resta indietro.

Alla fine, la presa della Bastiglia, il «per il pane e per la pace» che sconvolgerà definitivamente l’ordine delle cose: nella seconda metà degli anni ’80 (!), lo scambio Italia-Francia: per una settimana, ogni scolaro francese ospite di un suo collega di Giovi; a distanza di qualche tempo, noi alunni giovesi in Francia accasati presso i coetanei d’Oltralpe. «Ma questa è pazza: prima l’uomo deve aiutare la donna nelle faccende domestiche, ora mocciosi di 9 e 10 anni spediti tanto lontani da casa!» La maestra, che poi è laureata in lingue, fu irremovibile. Venne a parlare con tutti i genitori: ogni sera una famiglia da convincere sulla inevitabilità della nostra esperienza. «Non è possibile!»

Il Sig. X, bracciante alla giornata, allargò le braccia quasi a voler racchiudere il perimetro della sua vita grama. «Vostra figlia verrà.» Ancora adesso ci si chiede dove la nostra compagna di classe abbia preso i soldi per il viaggio. Io, qualche idea in proposito, l’ho sempre avuta. Troppo spesso, purtroppo, le rivoluzioni hanno una data di scadenza.

Dopo la partenza della maestra Fausta da Giovi, l’orizzonte del nostro paese è ridiventato maledettamente basso. A me, di quel lustro di meravigliosi sconvolgimenti, è rimasto un ascensore sociale finalmente disincagliato; e, soprattutto, questa curiosità intellettuale che mi danna l’anima ma che, a conti fatti, è la cosa a cui tengo di più. Per sempre riconoscente, maestra-compagna Fausta.

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