Cantieri bloccati, paese fermo

di Pippo Della Corte

Se ripartono le opere pubbliche, riparte l’Italia. Frase sintetica che sembra uno slogan perfetto e che racchiude un importantissimo significato se calata nel contesto nazionale. Si contano, infatti, circa 600 opere ferme al palo tra sprechi, inefficienze, ritardi, fallimenti aziendali, corruzione, inchieste giudiziarie e complessità burocratiche. Un aspetto che accomuna il Nord e il Sud e che rimanda un ritratto affaticato e appannato dell’Italia. Strade, viadotti, ponti, autostrade, scuole, caserme, ospedali.

Ma anche depuratori, impianti fognari, strutture sportive, porti e aeroporti che se sbloccati attraverso procedure mirate potrebbero garantire un necessario ammodernamento del Paese e una crescita occupazionale. A quanto pare già esiste una copertura economica, insomma, il denaro è stato stanziato ma tutto è comunque ancora fermo al palo. E’ quanto si apprende dalle fonti ufficiali, dai dossier e delle inchieste giornalistiche: uno spaccato triste e a tinte fosche che non fa ben sperare per il futuro. Occorrerebbe una cabina di regia presso il Ministero delle Infrastrutture per affrontare in base ad un preciso cronoprogramma la gestione dei cantieri regione per regione. E’ ciò che imprenditori e sindacati chiedono da tempo, ma la politica sembra sorda al grido d’allarme che proviene dalla società civile.

Le opere da una stima approssimativa valgono diverse centinaia di miliardi e decine di migliaia di posti di lavoro se si considera anche l’indotto. Un’importante boccata d’ossigeno per tutta l’economia nazionale alle prese con una crescita pari allo zero. Non si tratta solo di grandi opere capaci di creare divisoni ideologiche tra le forze in campo ma anche e soprattutto di lavori di ammodernamento e adeguamento.

E’ drammatico sapere che in una situazione del genere non ci sia una comunione d’intenti di tipo istituzionale per affrontare con piglio sicuro e in maniera spedita la questione al fine di rimediare a tanti anni di ritardi e penose lungaggini. Nella sola Campania si contano decine di opere ferme su cui tanto è stato scritto e detto. Tra le più significative senza dubbio l’adeguamento del raccordo autostradale Salerno-Avellino, il riordino e la trasformazione irrigua del bacino di Cava de’ Tirreni, la Strada Statale veloce Lioni-Grottaminarda, il raddoppio della Strada Statale 268 svincolo di Angri lotti 1 e 2, il progetto di risanamento strutturale del corso del fiume Sarno, le opere relative all’autostrda A16 Napoli-Bari nella tratta Telese-San Lorenzo e tante altre ancora. Ovviamente senza considerare quelle ferme nei singoli Comuni in attesa di essere ultimate.

Un’immagine non premiante che esalta con evidenza sia lo spreco di risorse che i ritardi, elementi consolidati di un sistema al collasso e che non pare abbia la giusta forza per ripartire. “Per raggiungere un porto, dobbiamo navigare non restare all’ancora. Navigare non andare alla deriva”. Questa frase di Franklin Delano Roosevelt, padre del ‘new deal’ americano, sembra calzare perfettamente all’Italia in attesa di una scossa positiva capace di riaccenderne il motore ingolfato.

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