Il frutto della devozione

di Vincenzo BENVENUTO


Il grado di maturazione del frutto ha scelto il suo raccoglitore.

Mi sarebbe bastato accontentarmi di arance meno aspre per avere la comodità di riceverle a casa senza pagar pegno.

E invece, quest’anno, ho deciso di piantare i piedi per terra. Voglio fare incetta di spremute e allora…«le vuoi “arraggiate”come il fiele? E vai va’, vattele a raccogliere tu!».

È troppo tardi per raggiungere un compromesso. Il guanto di sfida è stato lanciato. Eccomi qui, quindi, in precario equilibrio sullo scaletto, mentre riempio le due cassette più che sufficienti a raccogliere la provvista di quest’anno.

Nonostante il vento freddo che, a tratti, mi puntella i lembi del giubbotto sui rami con cristalli acuminati di gelo, il lavoro è ormai giunto al termine: zac, e altre due arance alla mia sinistra guadagnano il fondo della cassetta; zic, e pure il frutto qui a destra collassa tramortito nel contenitore ben posizionato a intercettarne la caduta.

Mi guardo intorno. Porto, infine, lo sguardo in alto: lavoro concluso in poco tempo e in maniera completa. Sto scendendo dalla scala quando, a un metro sopra la mia testa, in posizione defilata, esplode uno spicchio d’arancio parzialmente occultato da un nugolo di foglioline verdi. Rimonto su, tendo il braccio, impugno le forbici…niente, riprendo a discendere i pioli dello scaletto.

Carico le casse nel cofano della macchina. Prima di andare via, guardo l’albero di arancio e qualcosa di ancestrale mi dice che è giusto così: un frutto bisogna sempre lasciarlo sopra la pianta.

Più tardi sono già in strada, diretto a Rufoli a far visita a un amico. Mentre passo accanto a un appezzamento di terra, l’arancione custodito chissà fra quali rami riempie il mio specchietto retrovisore. Inchiodo. Scendo dall’auto. Aguzzo la vista ed eccolo lì, un unico mandarino, lasciato a far bella mostra di sé sul ramo più alto della pianta. Intento a osservarlo, quasi non mi accorgo del vecchietto che mi passa accanto.

Decido di interrogare la saggezza popolare: «Buongiorno. Scusate, n’informazione: ma secondo voi, perché il proprietario là ha lasciato solo un mandarino sopra la pian- ta?» Degli occhi diffidenti spuntano sopra la sciarpa: «Chill è ‘o frutto da devozione. I frutti – spiega il tizio – si raccolgono tutti, tranne uno: chill ca sta cchiu’ ‘ncopp ‘a pianta. È un omaggio che si fa alla Madonna, sperando che ci metta la mano Sua e che l’anno prossimo, ‘e sti tiemp, ci doni un raccolto ancora più abbondante».

Il vecchietto va via. Io sorrido. C’è qualcosa negli uomini, che sia quest’ultimo mandarino della devozione o la mia ultima arancia per la fame del prossimo, che ci rende immortali.

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