L’Italia si “fregia” del titolo di maggiore fabbrica di neet in Europa: una generazione perduta

di Daniela PASTORE


Tra i tanti neologismi anglofoni che siamo soliti includere nel nostro vocabolario, il termine “neet” (acronimo di “Not in education, employment or training”) che va a indicare i giovani che non studiano e non lavorano, né tantomeno sono coinvolti in percorsi formativi di sorta, è sicu- ramente uno dei più tristemente usati oggi.

Se è vero che questa formula compare per la prima volta nel 1999 in un documento del governo britannico, purtroppo è soprattutto nel nostro Paese che questo termine rivendica la più alta considerazione.

Parliamo di circa due milioni e quattrocentomila giovani, di età compresa tra i 16 ed i 29 anni che vagano senza meta, senza aver chiaro il loro ruolo nella società e nel mercato del lavoro, sempre più disincantati e sempre meno motivati, con il timore di essere marginalizzati e di dover rinunciare definitivamente a un futuro di piena cittadinanza. Un fenomeno in crescita allarmante, tanto che si comincia a parlare di loro come di una ‘generazione perduta’.

Uno spreco di potenziale umano che rappresenta un costo rilevante, sul piano sia sociale sia economico, perché le nuove generazioni sono la componente più preziosa e importante per la produzione di benessere in un Paese. Ma quali sono le più comuni cause del fenomeno “neet”?

Il passaggio all’età adulta è caratterizzato da diverse tappe il quale raggiungimento, oltre a identificare un individuo come adulto agli occhi della società, aiuta la persona ad avere un’autoconsapevolezza della sua nuova iden- tità. Queste fasi in genere sono: andare via dalla casa dei propri genitori, autonomia economica, lavoro, completamento del percorso formativo ed infine la creazione di un nuovo nucleo familiare e conseguente presa di responsabilità nei confronti di eventuali figli.

Per parlare di ingresso nell’età adulta non è necessario aver passato tutte queste fasi, conta molto ovviamente la personalità e l’unicità dell’individuo.

Sono, tuttavia, degli aspetti che molto risentono della strada che la nostra società sta percorrendo. Purtroppo, data la crisi del nostro periodo è facile che in persone parti- colarmente fragili, o che non hanno ancora scoperto e rafforzato le proprie risorse, si instauri un circolo vizioso di questo tipo: la crisi lavorativa porta a difficoltà economiche che si ripercuotono sull’autonomia e il distacco dai genitori; questo potrebbe portare a scarsa autostima e fiducia nelle proprie capacità, minando la formazione di un’identità solida e sicura; il tutto influenza la capacità e la volontà di creare un nuovo nucleo familiare.

Ci si trova dunque ad affrontare una società che richiede molto a livello “performativo” (bisogna essere specializzati, esperti, attivi, decisi) offrendo spesso in cambio ben poco. Il rischio è che l’individuo, davanti a queste incertezze, in una sorta di autocura, scelga il “non fare nulla”, il “non progettare”, il “vivere alla giornata” per sedare le ansie e la paure rispetto al proprio futuro.

E il tempo, per questi “giovani invisibili” inesorabilmente passa.

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