Uccisione di Soleimani, l’uscita di scena di Onu e Ue

di Giuseppe FOSCARI

Quando parlano le armi, altre armi sono pronte a rispondere. Il caso Usa-Iran sta diventando l’ennesima prova di questo assioma. Eppure dovremmo averlo compreso che gli attacchi preventivi, venduti al mondo come necessità inderogabili per garantire sicurezza e come preludio obbligatorio per una pace duratura negli scenari più precari, non funzionano più. Si tratta di uno schema delle relazioni internazionali piuttosto obsoleto e dichiaratamente sovranista.

E gli Usa di marca Trump, sovranisti per eccellenza, sono saldamente legati al teorema imperiale di mostrare sempre e comunque i muscoli, di imporre la pace più funzionale ai propri interessi, non quella più opportuna per la stabilità del mondo. Questa volta ci hanno almeno in parte risparmiato la retorica della guerra come strumento per esportare la democrazia in luoghi che, invero, hanno storie e destini poco avvezzi all’idea democratica. Siamo, infatti, in uno scenario diverso a livello internazionale, in cui l’isolamento degli Americani nell’area mediorientale, a beneficio di Russia e Turchia, rappresenta forse un aspetto del tutto nuovo.

Trump ha deciso di alzare il tiro per rientrare in qualche modo in gioco, anche in vista del previsto incontro di Berlino sulla situazione libica. Ma il presidente americano ha anche utilizzato la vicenda dell’attacco a Soleimani per distogliere l’opinione pubblica interna, per via dell’impeachment, che non dovrebbe rappresentare un problema per lui, ma che a livello mediatico gli sta procurando non pochi grattacapi. Sullo sfondo campeggiano altre questioni collegate al sistema economico Usa, che ha bisogno di una guerra ogni 15-20 anni – meglio sarebbe ogni 10 anni – per svuotare gli arsenali bellici, per andare a prendersi quote di nuovi giacimenti petroliferi, per rilanciare a doppia cifra il prodotto interno lordo e assicurare lavoro, committenze, profitto e lauti guadagni. Per parte sua, il mondo mediorientale, diviso fra un islamismo che vuole dialogare e un altro (minoritario, ma molto agguerrito) fondamentalista, sogna la grandeur atomica (sappiamo che questo è un pallino dell’Iran) e rappresenta uno scacchiere molto complesso, perché coinvolge Iran, Iraq, Afghanistan, Arabia Saudita, Siria, (e quindi Russia e Turchia, senza dimenticare la Cina), e, di conseguenza, Israele, nonché Egitto e Libia, senza omettere i pericolosi servizi segreti iraniani, dislocati in mezzo mondo. Soleimani rappresentava un pericolo, ma, per altro verso, era anche una figura potente con cui gli Usa avrebbero potuto dialogare.

Un accordo politico che potesse assicurare sicurezza si poteva fare solo con lui, di questo bisogna essere consapevoli. Trump ha deciso che Soleimani fosse solo un pericolo, lo considerava uno che sapeva tessere la trama del terrorismo internazionale, dimenticando anche il ruolo che egli ha avuto nel debellare l’Isis. Dopo le prove muscolari, sotto traccia ricominciano a lavorare le diplomazie. Ma a me pare che, ben oltre la ricomposizione della grave crisi in atto e che sarà una necessità per tutti, dobbiamo registrare l’uscita di scena di organizzazioni come Onu e Unione Europea, a totale beneficio dei singoli Stati, che faranno valere sempre più i propri interessi nazionali rispetto ad una pacifica convivenza internazionale. Di ciò bisognerà tenere ancora più conto per il futuro.

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