Tragedia di Rigopiano, Feniello: «Dopo 3 anni l’unico colpevole sono io, questa giustizia non mi tutela»

Alessio Feniello

Di Erika NOSCHESE

«Dopo tre anni, finalmente, un colpevole c’è: sono io». Parole dure quelle pronunciate da Alessio Feniello, papà di Stefano, il giovane originario di Valva che ha perso la vita a Rigopiano quando – tre anni fa – una valanga di neve ha colpito l’albergo in cui il giovane salernitano era in vacanza con la sua fidanzata, sopravvissuta alla tragedia.

Alessio, sono trascorsi ormai tre anni, un processo lumaca e nessun colpevole ancora…

«No, ti sbagli. Il colpevole c’è e sono io, Alessio Feniello. Il colpevole della tragedia di Rigopiano sono io. E’ una cosa fuori dal normale. Io, personalmente, ho perso fiducia nella magistratura e più passano i giorni più perdo la fiducia nelle istituzioni e nella magistratura».

Lei nei giorni scorsi è tornato a Rigopiano…

«Certo, siamo tornati il 18 gennaio. Abbiamo depositato i fiori nello stesso posto in cui mi hanno condannato».

Cosa significa tornare in quel posto, con la consapevolezza di essere “condannato”?

«E’ sempre peggio andare là; non è vero che con il passare del tempo il dolore passa. Anzi, più passa il tempo, più si mette a fuoco e più la situazione peggiora. Poi, sentire tutto quello che sta accadendo in questi giorni, quante persone sono responsabili di questa tragedia e quante stanno tentando di coprire qualcuno. Cose allucinanti».

Tre anni senza Stefano…

«Uno schifo. Questi tre anni sono stati uno schifo. Arrivare a casa, vederla vuota, girarsi intorno e desiderare di andare a letto sperando di non svegliarsi più il giorno dopo. Questo è il desiderio mio e di mia moglie, non risvegliarci più».

Quella tragedia si poteva evitare ma nessuno è stato ancora condannato, se non lei. Secondo lei perché?

«Loro hanno cercato di spaventarmi per tapparmi la bocca ma io lo dico di continuo e l’ho scritto anche recentemente sui social: non è con le condanne che mi tappano la bocca e mi fermano anzi, più mi attaccano e più mi fanno capire che io sono un fastidio per loro. Sono convinto che se questo magistrato ha condannato me per aver depositato un fiore, una parte di responsabilità mi sento di darlo al comitato Vittime di Rigopiano che nulla ha fatto per difendere la mia persona. Anzi quando sono stato condannato hanno detto che era giusto così perché non avevo rispettato le regole. Quali regole? Chi ha ucciso mio figlio ha rispettato qualche regola? Quale reato ho commesso io? Accompagnare mia moglie a depositare un fiore dove c’erano mezzi meccanici che stavano lavorando per rimuovere il tutto. Quali prove avrei potuto calpestare? La zona è ancora sotto sequestro ma nei giorni scorsi siamo entrati tutti. Qual è la differenza? Lo chiedo al magistrato che non ha il coraggio di rispondermi. Ecco perché dico che il comitato, se avesse seguito una parte di ciò che ho fatto io, forse a quest’ora eravamo molto più avanti. L’altra sera ho sentito leggere una lettera delle mamme di Rigopiano e che riportava tutto ciò che la famiglia Feniello dice da tre anni. Avrei dovuto dirlo con educazione? Sfido chiunque a perdere un figlio e trovare la calma e la pazienza per dire certe cose».

In più occasioni lei ha preso le distanze dal comitato, perché lo ha fatto?

«Perché non mi è mai piaciuto il comportamento del comitato. Io sono stato invitato dal portavoce del comitato a partecipare alla commemorazione con loro, cosa che in tre anni non è mai accaduta. Volevo capire perché questo messaggio e pare che molte famiglie del comitato stiano dando ragione a noi. Pare che ora questo comitato si stia sgretolando. Addirittura, una coppia ci ha invitato a cena dicendo di condividere tutto ciò che abbiamo fatto».

Lei crede di essere un “personaggio” scomodo per il comitato?

«Credo di sì perché tempo fa ho ricevuto una chiamata dal presidente del comitato in cui mi diceva di smetterla di fare domande inopportune sul gruppo whatsapp. Io mi limitavo a chiedere cosa avrebbero fatto se fosse stato indagato il sindaco di Farindola, che io ho sempre ritenuto responsabile della morte di mio figlio. Il presidente mi disse di smetterla di scrivere sul gruppo whatsapp perché creavo problemi. Mi disse anche che ero solo e sarei rimasto solo».

Questa battaglia, effettivamente, la sta portando avanti da solo. Quanto è difficile andare avanti?

«Da soli è difficilissimo; ho sempre sostenuto che se tutte le famiglie andavano avanti insieme era meglio e dovevamo pretendere la sospensione di tutte le persone coinvolte nella morte di questi 29 ragazzi. Per me la sospensione era già una parziale vittoria ma ho saputo che alcuni di loro sono stati promossi ad incarichi più importanti. Di cosa stiamo parlando? Non si va da un ministro a chiedere aiuto economico. Salvini ne ha fatto un cavallo di battaglia in Abruzzo. Io dai ministri non ho mai chiesto aiuto volevo solo giustizia e che si vigilasse sulla magistratura. Nei giorni scorsi mia moglie ha avuto modo di parlare con il ministro Bonafede e lui l’ha ascoltata».

Lei ha avuto modo di risentire l’allora ministro Salvini?

«L’ex ministro Salvini non l’ho più sentito. Mandai, prima dell’udienza, un messaggio al suo segretario ma non ho mai ricevuto risposta e di lui non ho saputo più nulla. E’ stata solo campagna elettorale. Alla commemorazione c’era anche Marsilio, il presidente della Regione Abruzzo a cui avrei voluto dire solo che hanno usato il mio nome in campagna elettorale; avete vinto le elezioni e avete fatto una raccolta fondi per permettermi di pagare una multa che, come già avevo anticipato, non avrei pagato perché era in corso il ricorso. Sono spariti con i soldi e quando il mio avvocato mi contatta loro hanno detto di aver depositato i soldi da un notaio a Pescara e potevo averli solo se pagavo la multa. Sono stato costretto a querelare Fratelli d’Italia. Il presidente si vergognasse: prima di andare a fare i discorsi ai genitori delle vittime vigilasse in casa sua».

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