La sindrome della Capanna

di Veronica Benincasa

Il lockdown è finito, ma resta la paura. Molte persone con l’avvio della fase 2 sono state colpite da un’ondata di ansia e frustrazione da ritorno alla vita normale. Secondo le stime della Società italiana di psichiatria (Sip), “sono oltre un milione gli italiani colpiti dalla ‘sindrome della capanna’ che, in individui predisposti, aumenta il rischio di sviluppare psicopatologie e disturbi dell’adattamento”. Dopo due mesi di quarantena un numero considerevole di persone, che prima non avevano disturbi, vive l’agognata possibilità di un ritorno alla parvenza di normalità con l’ansia di riprendere i ritmi precedenti e la paura di non adattarsi ai nuovi. È in realtà una reazione del tutto normale e comune anche per le persone più equilibrate psichicamente, conseguente all’eccezionalità della situazione, come già avvenuto dopo il crollo delle Torri Gemelle. Ma se il disagio si protrae per più di tre settimane ed è acuito dall’incertezza verso il futuro, dalla preoccupazione per la situazione economica e per la precarietà del lavoro, in un caso su tre aumenta il rischio di sviluppare nel tempo veri e propri disturbi mentali, come la depressione maggiore, gli attacchi di panico e i disturbi dell’adattamento. Dopo il lockdown molte persone sono rimaste a casa. In sostanza, prevale una importante difficoltà a tornare a vivere. Lo dico come clinico, per la mia esperienza personale di lavoro e di studio. Credo che questa tendenza a non uscire non sempre è legata al timore del contagio ma è legata alla difficoltà di ritornare a vivere, di ritornare alla vita che si svolgeva prima del lockdown. Vuol dire che stare rinchiusi dentro casa, in isolamento, in una condizione innaturale per un periodo così lungo ha indebolito, dal punto di vista psicologico e relazionale, molte persone. Stiamo assistendo ad una sindrome del prigioniero o sindrome della capanna? Il termine “sindrome della capanna” è stato coniato in quelle regioni degli Stati Uniti in cui il rigido inverno costringe gli abitanti ad una sorta di “letargo”. Si tratta di una specie di ‘Sindrome di Stoccolma’, dove gli ostaggi sarebbero i milioni di italiani ed i rapitori possono variare. Questi ultimi possono essere identificati nel virus, nel governo, ma anche in sé stessi. L’allarme non vale soltanto per gli adulti ma anche per gli adolescenti. Tutti quei ragazzi che hanno bisogno di socializzare, di stare a contatto con i loro coetanei, si sono ritrovati a casa per mesi, incollati ad un monitor. C’è una parte di giovani, e lo dico davvero preoccupata, che è rimasta davanti ai video, a fare lezioni a distanza con la scuola, oppure con videogiochi, chat, PlayStation, applicazioni internet, e queste persone hanno adesso difficoltà ad uscire. Perché nell’equilibrio psichico di un giovane un isolamento di due mesi, a casa con i genitori, è ed è stata una esperienza estremamente forte. Dopo mesi di quarantena c’è chi vive l’ansia di riprendere i ritmi precedenti, la paura di uscire e, magari, c’è anche chi ha scoperto che la vita in casa non è poi tanto male come si pensava all’inizio. Molti quindi potrebbero scegliere di restare in isolamento scegliendo quindi autonomamente di restare chiusi tra le mura della propria casa. Reazione ‘normale’, la definiscono gli studiosi. Secondo GQItalia, però, l’uomo che è capace di adeguarsi alle situazioni estreme può liberarsi della paura nel giro di diverse settimane. I sintomi possono sorgere per le preoccupazioni sul lavoro e sul futuro di ogni individuo. Questi ultimi possono variare e presentarsi sotto forma di insonnia, frustrazione, attacchi di panico, difficoltà di concentrazione o, addirittura, depressione. Insomma, il ritorno alla normalità non è da tutti gradito, in particolare per la pressione di dover nuovamente lanciarsi nel mondo e riprendere il solito tran tran. Le nostre case, in questo periodo, sono diventate un rifugio, ci hanno tenuto al sicuro dal coronavirus ma anche lontani dal mondo, la cui routine spesso ci stressa. “Viviamo nella società del fare: fare sempre cose, produrre sempre, essere immancabilmente di tutto punto” E quindi, l’idea di sentirsi a disagio in una situazione che prima era percepita come la normalità può creare in noi un senso di inadeguatezza. Ci si domanda “Come mai prima riuscivo (a uscire) e adesso no?” La differenza sostanziale è che adesso la persona è stata sottoposta a un evento stressante che, nel bene o nel male, ha modificato il suo modo di comportarsi e di vedere le cose. Probabilmente è una modifica temporanea, ma bisogna prenderne atto. E questo lo preciso sempre anche con i miei pazienti, la situazione che stiamo vivendo è talmente eccezionale e collettiva che il comprensibile timore, più o meno accentuato, di uscire di casa può essere una delle più comuni reazioni, anche da parte di quelle persone che potremmo definire più equilibrate emotivamente. Ci sono diversi fattori che a livello individuale, in questo specifico caso, entrano in gioco ed alimentano la voglia di rimanere tra le mura di casa. Innanzitutto, il rifiutarsi di vedere o accettare che i propri riferimenti siano mutati sensibilmente. Se esco mi rendo conto di come è cambiato il mondo che conoscevo. Vedo la città deserta, i negozi chiusi, le persone che incontro sono munite di mascherina, guanti. La nuova realtà è impattante, può sconcertare, disorientare, potremmo rigettarla. A questo, poi, si unisce un fattore molto più prosaico: a livello neurobiologico e fisico, meno movimento faccio, meno esco di casa, meno avrò voglia di uscire. A cui, ancora, si sommano le paure sulle probabilità attuali di un contagio. Su cosa si può lavorare per convincere le persone ad uscire ed a superare la loro sindrome della capanna o del prigioniero, ovviamente con tutte le precauzioni del caso? Nei casi più gravi bisogna intervenire con la psicoterapia, questa è la base. In situazioni meno gravi io suggerirei alle persone di fare dei passi graduali, per cominciare a rientrare nella propria vita, perché le paure vanno affrontate in modo graduale. E poi noi tutti, dovremmo lavorare per essere solidali, perché questa quarantena ha sottolineato un momento di solitudine e dobbiamo tornare il prima possibile alla vita sociale. Non bisogna mandare solo messaggi di paura. Bisogna mandare messaggi di speranza, con una informazione corretta che credo sia alla base di tutto. Concludo dicendo che è importante dunque affrontare le proprie paure e, se si ritiene necessario, contattare un professionista se ansia, frustrazione, insonnia e irascibilità non sono temporanee. Si tratta di disturbi noti per i quali esistono trattamenti concreti e di comprovata efficacia che possono migliorare la qualità di vita, la forza di ripresa e la capacità di ritornare a scommettere su sé stessi e sulla propria vita.

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