L’attualità di Berlinguer. La sua scomparsa, il messaggio ai giovani e il rapporto con Salerno

Sicuramente Marta Naddei nel giorno dell’anniversario della morte di Enrico Berlinguer avrebbe detto: “Me ne occupo io”. E sicuramente si sarebbe fatta raccontare aneddoti da Andrea De Simone. Ecco, immedesimandoci nei suoi panni, abbiamo provato a rendere omaggio ad Enrico Berlinguer attraverso il racconto di Andrea De Simone, che l’11 giugno del 1984 aveva 30 anni. Quel giorno Berlinguer a Padova, durante un comizio si accasciò a causa di un ictus e dopo 48 ore di agonia spirò all’ospedale di Padova.

«Sono passati trentasei anni da quel drammatico giugno del 1984 e la sua morte è ancora nel ricordo di tanti militanti della mia generazione e di moltissimi italiani. Si apprestava a pronunciare l’appello al voto :”compagni lavorate tutti, casa per casa, strada per strada, azienda per azienda”. Un grande dolore, non solo per i militanti comunisti ma per tutti gli italiani, che avevano apprezzato la serietà, il rigore, l’umanità dell’uomo politico sardo. Due milioni di persone parteciparono al suo funerale. Una folla immensa tra Botteghe oscure e piazza San Giovanni. Tutti in lacrime, sia gli attivisti che alzavano il pugno chiuso sia le persone comuni che facevano il segno della croce. La bara sfilò accompagnata dalla musica dell’Adagio in sol minore di Remo Giazotto. Particolarmente significativo il gesto di Sandro Pertini che riportò il feretro da Padova a Roma con l’aereo presidenziale:“….come un amico fraterno, come un figlio, come un compagno di lotta”», ricorda Andrea De Simone che prosegue:

«Anche avversari politici e giornali moderati resero omaggio al segretario del Pci. Venne Giorgio Almirante, che ne apprezzava la dirittura morale e la specchiata onestà. Ero al presidio di Botteghe Oscure. Nessuna contestazione né un gesto ostile ma solo rispetto per il gesto compiuto. Montanelli titolò: “Carissimo nemico”. E scrisse: “Un uomo introverso e malinconico, di immacolata onestà e sempre alle prese con una coscienza esigente, solitario, di abitudini spontanee, più turbato che allettato dalla prospettiva del potere, e in perfetta buona fede di cui ci resta un programma sociale, politico, economico, etico e morale, uno scritto basilare per il futuro democratico e di progresso del nostro Paese”».

Ne parlano tanti ancora oggi, il suo ricordo è sempre più vivo.

«Davvero tanti, ancora in questi giorni, i ricordi di Berlinguer in Tv, sulla stampa e sui social. Le pagine a lui dedicate contano centinaia di migliaia di fan. In maggioranza si tratta di giovani che quando Berlinguer dirigeva il Pci non erano neanche nati. E’ davvero commovente leggere messaggi di ragazzi di oggi che ne celebrano la statura politica e il rigore morale e confermano l’attualità e l’importanza delle sue idee. Già, i giovani. C’era un rapporto molto stretto. Tu eri un “Ragazzo di Berlinguer”. “La prima, essenziale, semplice verità che va ricordata a tutti i giovani è che se la politica non la faranno loro, essa rimarrà appannaggio degli altri, mentre sono loro, i giovani, i quali hanno l’interesse fondamentale a costruire il proprio futuro e innanzitutto a garantire che un futuro vi sia.” Ero a Milano il 18 aprile 1982, alla manifestazione per la Pace e Berlinguer ci incitava all’impegno. Pietro Folena a cui resto molto legato ha parlato della nostra generazione ne “I ragazzi di Berlinguer”. Per Folena c’è in Italia una generazione di militanti politici – certamente alcune centinaia di migliaia di persone – che nei primi anni Settanta entrò nella Fgci perché c’era Berlinguer. Perché il leader del Pci era il volto e la voce del maggior schieramento d’opposizione operante nel Paese. Quella dei ragazzi di Berlinguer era una generazione che aveva visto i fratelli maggiori – quelli del ’68 – occupare le università, sfilare in corteo per le città, costituire gruppi dove si citavano le massime di Mao e si sventolavano striscioni con l’immagine del Che. Il Pci – nelle aule universitarie e anche davanti ai cancelli delle fabbriche – era accusato dalle forze extraparlamentari di essere molle, revisionista, riformatore. Eppure furono in tanti, in quegli anni turbolenti, a scegliere di aderire alla Federazione dei giovani comunisti italiani. C’è chi lo fece da subito e chi dopo una qualche militanza in questo o in quel gruppo: emergevano i ‘figiciotti’, così denominati con qualche sprezzante diffidenza da chi, nel loro ingresso in politica, aveva colto l’irrompere di un curioso mix di spirito riformatore e di idealismo, di antiestremismo e di utopia. Su tutti questi ragazzi, qualunque fosse la loro storia personale e l’intima convinzione che li portò a un impegno destinato a durare nel tempo sino a farne un momento rilevante del rinnovamento della vita pubblica italiana, operò poderosamente il carisma essenziale e sobrio di Enrico Berlinguer.

Salerno e Berlinguer. Ci racconti gli episodi più importanti

«Salerno ebbe un ruolo non secondario nella vita di Enrico Berlinguer», prosegue De Simone: «Proprio a Salerno decise di dedicarsi a tempo pieno all’attività di partito al quale aveva aderito pochi mesi prima, nell’agosto del 1943, dopo essersi recato con il cugino Sergio Siglienti presso la serra di fiori di Renato Bianchi dove si svolgevano le riunioni clandestine dei comunisti della sua Sassari. Fu il papà Mario, avvocato repubblicano e antifascista, nel giugno del 1944 a portarlo con se’ nella nostra città dove si riuniva il governo formato dai rappresentanti del CLN. Mario Berlinguer collaborava come giurista con i governi Badoglio e Bonomi. Non poté opporsi al desiderio di Enrico di conoscere Togliatti, il leggendario Ercole Ercoli di Radio Mosca. Mario presenta il giovane Enrico al compagno di scuola del Liceo Azuni di Sassari. Lo farà “con qualche pena” raccontano gli storici, perché è noto che il papà sognava per lui la professione di avvocato e l’eredità del suo studio legale che era stato del nonno Enrico. Massimo Caprara, segretario di Togliatti, scrisse che Enrico incontrò Togliatti alla Prefettura di Salerno, sede del Governo provvisorio. ”I Berlinguer ci fermarono sulle scale mentre stavamo arrivando. Fui colpito da questo ragazzo con una massa di capelli nerissimi, che se ne stava li un po’ imbarazzato, mentre il padre spiegava a Togliatti le vicende dei moti del pane, l’arresto, l’assoluzione”. Quel giovane suscitò l’interesse di Togliatti a tal punto che dopo quell’incontro, lasciò Sassari per trasferirsi a Roma con un incarico nel partito. A Giulio Spallone responsabile del movimento giovanile Enrico consegnò un biglietto: ”Questo è il compagno Berlinguer che viene dalla Sardegna. Utilizzatelo nella vostra organizzazione”. La firma era di Palmiro Togliatti ed è cosi che entrò nell’apparato e divenne funzionario del Pci».

Molti rappresentanti del governo alloggiavano a Villa Guariglia a Raito e tra questi Stefano Siglienti, Ministro delle finanze ed Ines Berlinguer, con le figlie Lina e Cicci ed il nipote Enrico. «Alla mensa ufficiali della Guardia di Finanza dove il Ministro Siglienti pranzava spesso con la famiglia e con Benedetto Croce, persona di buon appetito, il giovane Enrico conobbe “l’uomo più intelligente del mondo”. Ad Enzo Biagi, in una intervista del 1972, rivelò che, dopo l’incontro di Salerno, fu per un periodo, seguace di Benedetto Croce. Poi ci fu il 1980, il terremoto e quella che fu considerata la seconda svolta di Salerno».

Berlinguer venne a Salerno pochi giorni dopo il 23 novembre. «Io ero un giovane funzionario e mi occupavo del partito in città», racconta ancora: « Molti dirigenti accompagnarono Berlinguer in visita nei paesi colpiti dal sisma, a me e pochi altri toccò il compito di preparare la riunione dei dirigenti nazionali e regionali e dei volontari a Vietri e poi la conferenza stampa a Salerno. A Raito presero la parola Antonio Bassolino, Andrea Geremicca, Umberto Ranieri Maurizio Valenzi, Pio La Torre, Marco Fumagalli e Luigi Petroselli. Vicino a Berlinguer erano seduti Macaluso, Napolitano e Chiaromonte. Il giorno successivo il gruppo dirigente tenne la conferenza stampa a Salerno e noi organizzammo la diffusione militante dell’Unità tra i paese terremotati. L’Unità dedicò la prima pagina a quella giornata. Conservo ancora gli articoli di Ugo Baduel e di Rocco Di Blasi. A Salerno Berlinguer dichiarò chiusa la stagione del compromesso storico, pose come prioritaria la questione morale ovvero il rapporto tra politica e morale nelle gestione della cosa pubblica e dette vita alla svolta dell’ alternativa democratica».

L’ex deputato e vice Sindaco Salvatore Forte ha postato su Fb una foto che ritrae sia me che lui alla spalle di Berlinguer

«Berlinguer venne di nuovo a Salerno per tenere un comizio in Piazza della Concordia. Quando con Paolo Nicchia proponemmo quella piazza furono in molti a meravigliarsi ed esprimere perplessità. Facile sarebbe stato il paragone con la piazza di Giorgio Almirante. Ed invece convincemmo i più scettici e convocammo i segretari di sezione per preparare nei minimi particolari il grande evento. Andò molto bene. Un successo di partecipazione. Una grande emozione seguire il comizio alle spalle del segretario e scrutare dal grande palco i volti dei militanti e dei tanti cittadini salernitani accorsi»

Come ha scritto Folena tu sei entrato nella FGCI perché c’era Berlinguer?

«Si, prima del Pci ho fatto parte della sua organizzazione giovanile. Ed ero affascinato da Berlinguer. E’ stato un grande onore leggere i suoi scritti, ascoltare i suoi discorsi, far parte del servizio d’ordine al comizio conclusivo alla Festa nazionale di Napoli, organizzare le sue presenze a Salerno. Una grandissima emozione avergli stretto la mano e scambiato qualche battuta».

Hai abbandonato un precedente lavoro per il tempo pieno nel Pci. In quegli anni chi era più capace entrava nel forte apparato di partito.

«Ero uno studente-lavoratore. Dalle superiori all’Università avevo sempre svolto lavori precari e stagionali per pagarmi gli studi. Poi fui chiamato dal gruppo dirigente a compiere una scelta ed accettai. Era il sogno di tanti militanti .Fui assunto nella seconda metà degli anni ‘70 .Quando il carissimo Tommaso Biamonte mi presentò come giovane funzionario a Giorgio Amendola a Botteghe Oscure rimasi impietrito dalle sue parole: ”Puoi lasciare un altro lavoro ma non puoi lasciare l’Università. I comunisti sono anche i più bravi della scuola.” Erano ancora gli anni dei sogni, del desiderio di futuro, della voglia di cambiare tutto per rendere migliore il mondo. In quegli anni si lasciavano occupazioni e professioni ben più remunerative per un lavoro che non conosceva orari e con stipendi di poche centinaia di lire. Bisognava vivere come gli operai delle fabbriche ed i braccianti agricoli. Il contratto di lavoro era lo stesso dei metalmeccanici. L’orario di lavoro no. Volantinaggi ed incontri davanti alle fabbriche tra le cinque e le sei del mattino, lavoro di apparato a via Manzo, ritorno ai cancelli delle fabbriche a fine turno. Di sera, riunioni nelle sezioni della provincia. Si restava a casa dei segretari di sezione quando si faceva tardi e si rientrava il giorno successivo. E poi ancora assemblee, volantinaggi, affissioni, diffusione porta a porta del giornale. Sempre presenti negli scioperi, nelle lotte per il diritto alla casa, nell’occupazione delle terre. Ai vecchi operai edili ricordo ancora le intere nottate passate davanti ai Tribunali per consegnare le liste elettorali e fare in modo che il simbolo del Pci comparisse in alto a sinistra sulle schede».

C’è qualcosa che assomigli a quello che mi hai raccontato nei partiti di oggi?

«Assolutamente no. Capisco il cambio del nome, di una politica, di un programma, ma considero un errore imperdonabile il taglio delle radici e delle ali».

Perché rinnegare una storia importante, una straordinaria scuola di vita?

«Rispetto per chi ha dedicato buona parte della sua esistenza al lavoro serio e faticoso del funzionario Pci, disponibile giorno e notte ad ascoltare le persone, ad aiutare chi era in difficoltà, a sacrificare famiglia ed affetti, a rinunciare a metà delle indennità delle cariche istituzionali per garantire la vita del partito. Va difeso e valorizzato un grande patrimonio umano e politico. Parlare di Berlinguer oggi e prendere atto dell’attuale politica di un partito che si considera erede del Pci mi provoca un’amara tristezza. E’ triste assistere alla progressiva mutazione genetica, al progressivo allontanamento da temi fondamentali legati alla tutela degli ultimi, dalla difesa del mondo del lavoro, dalla vicinanza alle sofferenze delle persone, dalla lotta agli squilibri sociali. “Il mito di Enrico, però, è più vivo che mai – scrive Marco Damilano- Si alimenta delle incoerenze, delle giravolte ideologiche, dei tradimenti dei suoi eredi. In un pantheon vuoto, in cui la confusione delle radici e dei riferimenti simbolici appare una babele…”. Hanno dimenticato o tradito Berlinguer. Noi, i Ragazzi di Berlinguer no».

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