Buon compleanno Pizza Margherita

di Andrea Bignardi
Centotrentun anni di storia per il patrimonio più apprezzato della napoletanità del mondo. La pizza Margherita nacque infatti secondo la leggenda più accreditata a metà giugno 1889, e fu chiamata così in omaggio alla Regina Margherita di Savoia, moglie di Umberto I, che sarebbe stata la prima a degustarla nel palazzo reale di Capodimonte, antica tenuta da caccia borbonica ed oggi la pinacoteca più celebre del capoluogo, in cui su trovava in visita. A prepararla e servirla fu il pizzaiolo Raffaele Esposito, che operava nella pizzeria Brandi, in Salita Sant’Anna di Palazzo, a due passi da via Chiaia: probabilmente la prima Margherita fu cotta nei forni adoperati a Capodimonte per la cottura delle porcellane, la cui fabbricazione specie all’epoca era diffusissima. In quegli anni che aprivano le porte alla belle epoque e al concept novecentesco di ristorazione la pizzeria Brandi era già attiva da oltre un secolo (la fondazione risale al 1738). Ancora oggi una lapide ricorda la storica data dinnanzi all’ingresso della pizzeria napoletana.
Tante sono ovviamente le versioni sull’evento storico susseguitesi, più o meno attendibili: certamente la pizza ha subito una notevole trasformazione già nel corso dell’800. Prima dell’invenzione della Margherita, infatti, era popolarissima la marinara: lo sposalizio tra il disco di pasta e la mozzarella fu senz’altro un esperimento di grande successo. Una cosa è certa, infatti: da quella fatidica data il prodotto di origine partenopea, a cui è stato riconosciuto anche il marchio Stg (specialità tradizionale garantita) ha conquistato una crescente visibilità in giro per il mondo. Una celebrità costata non poco in termini di imitazioni spesso malriuscite, tanto in Italia quanto all’estero. Una popolarità, quella raggiunta, che non ha mai conosciuto crisi, se non durante la Seconda Guerra Mondiale e, purtroppo, l’emergenza Covid. I dati di Coldiretti sulle vendite della pizza sono infatti allarmanti. Il calo delle vendite nella fase cruciale dell’epidemia è stato stimato intorno al 50%: ciò metterebbe a repentaglio potenzialmente la sopravvivenza di 63mila pizzerie e 200mila addetti del settore, senza contare l’indotto che deriva dal mondo della pizza e le ripercussioni negative generate sui fatturati dell’intera filiera casearia, bufalina e non, costretta a ripiegare su una domanda di tipo esclusivamente domestico. L’auspicio è che la seconda parte del 2020 possa consentire una ripresa, in attesa del ritorno ai fasti di un tempo, di questa fondamentale eccellenza campana.

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