D’Ambrosio:”Più che Stati generali rischiano di essere le esequie generali della democrazia politica ed economica”

Alfonso D’Ambrosio*
Stati generali? Premesso che il termine, assai poco felice nei precedenti, denota una ignoranza storica pari soltanto a quella dimostrata nella gestione sanitaria, economica e finanziaria, quelle convocate da Conte, novello autoproclamato “re solo” più che “re sole”,là assomigliano di più alle “esequie generali” della democrazia.
Chi conosce la Storia, impresa assai improba per coloro che hanno confermato di non conoscere né le basi della lingua italiana piuttosto che del diritto costituzionale e comunitario e dell’economia politica, sa che gli Stati generali furono coniati nella vicina Francia con l’obiettivo di cercare di rappresentare il Paese reale e di limitare il potere del monarca, ma spianarono la via alla Rivoluzione dei ceti medi proprio perché, alla fine, pi diventati un giocattolo nelle mani dell’assolutismo più autoritario e incapaci di rappresentare il disagio marcato e profondo delle categorie produttive e professionali sulle quali poggiava il mantenimento di un sistema e di un regime non più rappresentativi.
Da questo punto di vista, gli Stati generali giallorossi appaiono decapitati e delegittimati all’atto stesso del loro insediamento e delle modalità con a vengono celebrati a2 dispetto e oltraggio di un Paese sofferente sul piano interno e isolato su quello europeo e internazionale.
Siamo pienamente concordi con la brillante analisi del Dottor Carlo Bonomi, dallo scorso maggio nuovo Presidente di Confindustria con il quale ci congratuliamo per le innovative e fin da subito applicabili proposte racchiuse nel libro programma dal titolo “Italia 2030” al servizio della ripresa manifatturiera e di una riscossa dell’Azienda Italia trasversale e uniforme a tutti i settori istituzionali, amministrativi, produttivi United terziari del Paese. Una visione nella quale noi Cattolici Uniti convergiamo nella maniera più completa, poiché essa si integra alla perfezione con la nostra iniziativa editoriale e programmatica “Per benedire un’Italia nuova”, e ciò non è affatto casuale in quanto entrambe queste piattaforme propositive poggiano solidamente su una conoscenza interna e non soltanto teorica o cattedratica dell’economia e della società reale, e sulla capacità di tradurre la narrazione dei problemi generali e settoriali in esposizione di soluzioni complessive e inclusive.
Siamo lusingati, da questo punto di vista, della sintonia che al 100 per cento si registra nella necessità di riprendere le intuizioni del piano per l’industria 4.0, non a caso completamente dimenticato dai giallorossi a favore di un approccio assistenzialistico e debitorio suicida che non aumenta il reddito disponibile e non permette la ripresa: proprio dall’industria 4.0, infatti, si deve ripartire per coniugare e armonizzare le innovazioni di processo e di prodotto con la lotta al divario digitale – emerso proprio nel corso della quarantena – e con un rinnovato patto fra capitale e lavoro che ponga al centro la formazione scolastica tecnica e parifichi gli incentivi fiscali per l’acquisizione delle competenze tecnologiche e delle professionalità umane, mentre le disastrose politiche giallorosse di Conte rischiano di portare a un totale effetto di spiazzamento del mercato del lavoro.
Saremo onorati di portare avanti, a partire dall’identità delle vedute programmatiche su umanesimo tecnologico, sulla diplomazia europea, sulla liquidità tempestiva e non debitoria alle imprese per sostenere il rilancio degli investimenti e la produttività del lavoro secondo le migliori prassi occidentali – si veda la politica economica e monetaria americana che sta portando al riassorbimento della disoccupazione e alla ripresa forte dei consumi interni come avevamo previsto – e sulla gestione sanitaria, ogni iniziativa utile che permetta di trasformare gli attuali inutili e autocelebrativi “stati generali” in un progetto davvero coinvolgente di “rivoluzione mite” per migliorare lo “stato generale” dell’economia e del lavoro.
*Vicepresidente di Confedes e vicesegretario nazionale di Unione Cattolica 

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