Chi ha lanciato l’idea delle lunch box a scuola?

di Daniela Pastore

Per la riapertura delle mense scolastiche a settembre sta circolando l’ipotesi di ricorrere alle lunch box e monoporzioni da consumare in classe, soluzioni ritenute idonee a limitare il rischio contagio. Ma quali sono le conseguenze di questa eventuale decisione? Lo scenario più plausibile è quello che prevede di utilizzare “pranzo in scatola” servito direttamente in classe e dunque non nei tradizionali refettori o mense. Come ha infatti dichiarato Oricon, Osservatorio della ristorazione collettiva, secondo quanto riporta Il Sole 24 ore: “ove possibile si potrà prevedere l’erogazione dei pasti direttamente nelle classi attraverso dei lunch box realizzati ad hoc”. Anche la Protezione Civile propone sostanzialmente la stessa cosa nel documento del suo Comitato Tecnico Scientifico relativo alle modalità di ripresa delle attività didattiche nel prossimo anno scolastico in cui si legge: “Anche per la refezione le singole realtà scolastiche dovranno identificare soluzioni organizzative ad hoc che consentano di assicurare il necessario distanziamento attraverso la gestione degli spazi (refettorio o altri locali idonei), dei tempi (turnazioni), e in misura residuale attraverso la fornitura del pasto in “ lunch box” per il consumo in classe”. Alla riapertura della scuola, dunque, i nostri bambini potrebbero vedersi servire monoporzioni di primo, secondo e contorno termosigillati, oppure un piatto unico sigillato, oltre che bicchieri e posate usa e getta per poter mangiare. Il tutto all’interno di contenitori che probabilmente saranno di plastica. Un pasto che garantisce igiene e sicurezza, ma che presuppone nuovi costi, sia economici che ambientali, visto che si utilizzeranno piatti e stoviglie usa e getta. Così dopo anni di campagne per la riduzione della plastica in mensa, coerentemente con i Criteri Ambientali Minimi, che in Italia sono legge, i rifiuti tornerebbero a dominare nelle mense scolastiche. Facciamo un esempio. Consideriamo una scuola di 500 bambini. Essa produrrà ogni giorno 1.500 piatti, 500 bicchieri e 1000 posate di rifiuti, con inevitabili problemi di smaltimento per le Amministrazioni. Una modalità poco sostenibile per l’ambiente, ma anche per l’economia familiare dal momento che si potrebbero prevedere tariffe maggiori per gli utenti. Non solo. Vista la necessità di sigillare tutto è probabile che i pasti non saranno proprio “freschissimi” e che alcune delle mense interne non saranno più a norma per poter preparare i lunch box, in quanto non attrezzate per la realizzazione di monoporzioni e si dovranno avvalere di cucine industriali. Cucine, dunque, che con sistemi di refrigerazione, abbattono o surgelano i pasti, tirandoli fuori al momento di servirli. Il tutto a discapito della fragranza e del gusto del cibo con conseguente aumento degli scarti alimentari, attualmente calcolati intorno al 30%. Il cibo che rimane al caldo per molto tempo prima di essere servito, generalmente non piace, viene mal accettato dai fruitori del servizio mensa ed in più rischia di far perdere nutrienti al pasto. Confido nella valutazione di soluzioni alternative più salutari. A volte, per fronteggiare un’emergenza, se ne genera un’altra con altrettanti rischi. Sicurezza covid? Si, grazie. Ma anche sicurezza alimentare.

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