La fine della decenza

di Walter Di Munzio*

Stiamo lentamente e faticosamente uscendo dal tunnel della pandemia e già esplode la italica intolleranza per comportamenti virtuosi e per senso della decenza. Insulti e provocazioni continue, in politica e oltre nella normale vita quotidiana, fino alle indegne gazzarre viste a Napoli dopo l’attesa esaltante vittoria sportiva. La maggioranza si barcamena in una asfissiante lentezza e l’opposizione riprende comportamenti inqualificabili; è triste vedere Salvini che ingurgita indecorosamente ciliegie e un’opposizione sempre dura e intollerante di Fratelli d’Italia e delle frange più estremiste della destra parlamentare che non riesce e forse mai riuscirà ad assumere posizioni che tengano conto del reale interesse nazionale. Forse il solo Berlusconi tenta timidamente di smarcarsi prendendo le distanze dai due soci del club conservatore. Ma è possibile che non si riesca mai a fare una battaglia comune, come fanno francesi e tedeschi, per acquisire assieme risorse per il Paese e per utilizzare gli aiuti finalmente annunciati nelle sedi europee e prontamente smentite e negate con l’incredibile sostegno anche di forze italiane? Eppure il pericolo corso ci aveva illusoriamente regalato una fase di grande solidarietà e rigore, grazie ai nostri ricercatori, agli operatori del sistema sanitario, tutti sono stati prima esageratamente esaltati da giornalisti e politici, per essere poi immediatamente dimenticati ai primi segnali di ritorno alla normalità, anche quando i segnali non erano di ripristino della vecchia condizione. Finita la fase della grande paura si ritorna alla violenta contrapposizione tipica della politica, non solo nostrana come hanno dimostrato anche gli scontri di Parigi contro il personale sanitario che protestava, ma da noi implementata dalla prossima scadenza elettorale. Finita la paura, finita anche la disponibilità solidale. E allora Salvini torna a fare il Salvini di sempre e si disperde nuovamente quella meravigliosa energia collettiva che ha consentito di reggere l’urto della crisi. Ora ci dobbiamo misurare con la faticosa routine della programmazione da fare in tempi strettissimi, come impongono le procedure europee, e questo sarà certamente complesso per la elefantiaca burocrazia italiana. A nulla valgono a mio avviso gli esasperanti appelli della destra a sostegno di una improbabile impunità, fatta di protezioni processuali e sospensione del codice degli appalti e dei serrati controlli anticorruzione. Non è necessario, non è certo chiudendo gli occhi che si snellisce la burocrazia italiana, bensì riformando procedure e percorsi amministrativi, senza nulla concedere a chi intende continuare a lucrare sul danaro pubblico e che certamente è già pronto subito a reiterare la solita azione truffaldina. Certo sarebbe auspicabile un vero “modello ponte di Genova”, dove si integri il genio italiano fatto di bellezza e tecnologia allo snellimento delle procedure, senza nessuna tentazione di proclamare un “liberi tutti in libero mercato”. È il momento quindi grazie anche alle enormi risorse finanziarie disponibili di razionalizzare e migliorare il nostro sistema sanitario, di rilanciare la buona capacità imprenditoriale, di porre finalmente attenzione alla cultura, alla scuola, alla ricerca; sapendo che questo intervento straordinario è rigorosamente a termine e quindi dovremo saperlo utilizzare al meglio consapevoli che poi dovrà essere sostenuto dalla fatica e dalle tasse degli italiani, senza facili ribellismi e senza più cedere alle tentazioni di quanti in questi anni hanno sostenuto con insistenza che per favorire la crescita e lo sviluppo era indispensabile, smantellare il sistema sanitario e l’intero patrimonio di lavoro pubblico (scuola, ricerca, università) a favore di un mercato libero e quindi di una privatizzazione selvaggia senza regole e senza garanzie per tutti i cittadini. Pagare quindi tutti per ricavare le risorse necessarie a controllare e punire chi non garantisce comportamenti onesti e trasparenti, soprattutto se dovesse trattarsi di decisori politici, che possono e dovrebbero, riconquistare la fiducia ed il rispetto dei cittadini spiegando loro le scelte che si accingono a fare e rendicontando puntualmente sul loro operato. Nella consapevolezza che scelte competenti e ben fatte non possono prescindere dalla fine della logica clientelare e del disconoscimento del merito. Un modello organizzativo che colleghi saldamente ricerca e pratica medica è quello vincente e in Italia abbiamo intere generazioni che hanno dovuto sviluppare all’estero le loro competenze. Basta disperdere queste risorse condannandole a dover emigrare per farsi apprezzare. Se ne avvantaggerebbe anche l’economia del Paese. Quanti brevetti mancati sono stati sviluppati fuori dall’Italia da ricercatori italiani? Recentemente ho subito un intervento chirurgico in un luogo di straordinaria eccellenza a Roma, nel quale ho visto una pletora di giovani neolaureati lavorare con grande competenza e professionalità guidati dai loro professori producendo ottimi risultati. Una formula semplice quella di collegare strettamente formazione, università e pratica clinica, sostanzialmente ignorata nel nostro paese, ma che potrebbe applicarsi in ogni luogo. È valido per la sanità, come per la industria. Siamo il paese che ha più creativi e registra meno brevetti. Siamo il paese del genio disperso che si perde nei festeggiamenti di una vittoria sportiva. È importante tornare a sorridere, soprattutto dopo un prolungato isolamento e un terrore di morte. Ma non bisogna mai perdere la dimensione della decenza. E ciò in politica, nello studio, nella ricerca dell’eccellenza, nella promozione di merito e competenze.

*Psichiatra e Pubblicista

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