L’ANSIA: Conoscerla per affrontarla

di Veronica Benincasa

SAI COS’È L’ANSIA?

L’ansia è un’emozione di base che implica uno stato di attivazione dell’organismo quando una situazione viene soggettivamente percepita come pericolosa. Si tratta, nello specifico, di un sistema di risposta cognitivo, affettivo, fisiologico e comportamentale che può essere sperimentato in circostanze molteplici ed è impossibile eliminare completamente. La parola ansia, dal latino angere = “stringere”, comunica molto bene la sensazione di disagio vissuta dal soggetto, ovvero l’idea di costrizione, di imbarazzo e di incertezza rispetto a ciò che si pensa potrebbe accadere. L’ansia, diversamente dalla paura, non presuppone necessariamente un reale pericolo. L’American Psychiatric Association (1994) descrive l’ansia come l’anticipazione apprensiva di un pericolo o di un evento negativo futuro, accompagnata da sentimenti di disforia o da sintomi fisici di tensione. Gli stimoli ansiogeni possono appartenere sia al mondo interno che a quello esterno.

LO SAI CHE NON SEI L’UNICO A PROVARE ANSIA? ECCO UN BREVE EXCURSUS SULL’EPIDEMIOLOGIA

Ecco alcuni dati e considerazioni epidemiologiche tratte dallo studio ESEMeD relativi alla diffusione dei disturbi d’ansia nella popolazione italiana, da Kaplan e dal sito del Policlinico Gemelli di Roma. Per l’Italia sono stati intervistati quasi 5.000 soggetti maggiorenni. Dai dati risulta che le donne hanno una probabilità tripla di sviluppare un disturbo d’ansia rispetto agli uomini e che, sono più a rischio i giovani e non sposati, i disoccupati, le casalinghe e chi vive in città. Tralasciando i dati generali relativi ai disturbi mentali si scopre che circa l’11% dei partecipanti allo studio aveva dichiarato di aver sofferto di un disturbo d’ansia nella sua vita (e più del 5% negli ultimi 12 mesi), il 6% di fobie specifiche, mentre poco meno del 3% nei 12 mesi precedenti. Abbastanza comuni (tra il 2,3% e l’1,2%) nel corso della vita, erano risultati, in ordine di prevalenza: il disturbo post-traumatico da stress, la fobia sociale, il disturbo dell’ansia generalizzata, il disturbo di panico e l’agorafobia. Secondo le considerazioni di Kaplan e colleghi (1997) la maggior parte degli studi epidemiologici evidenzia che circa un terzo della popolazione ha avuto o avrà nel corso della sua vita un disturbo psichico,e tra questi, i più diffusi sono e saranno i disturbi d’ansia e quelli di tipo depressivo. Infine, il sito del Policlinico Gemelli di Roma afferma che “le indagini su popolazione generale hanno documentato come oltre un soggetto su cinque possa andare incontro ad un qualche disturbo d’ansia nell’arco della vita. Nei periodi di maggiore intensità dei sintomi le persone affette da disturbi d’ansia risultano incapaci di attendere proficuamente alle proprie attività: è stato stimato che in questi casi si può determinare assenza (o presenza inefficiente) per il 10-40% delle giornate lavorative mensili”.

Fonti di riferimento:
L’ESEMeD (European Study on the Epidemiology of Mental Disorders) [Acta Psychiatr Scand 2004: 109 (Suppl. 420): 21–27]

IL MODELLO COGNITIVO DELL’ANSIA

Il modello cognitivo dell’ansia (Beck e Clark, 2010) spiega come non sia la situazione in sé a generare una data emozione, bensì il modo in cui interpretiamo tale situazione, ossia come la valutiamo a livello cognitivo (cosa pensiamo circa quella situazione). La situazione (stimolo) attiva un sistema di allarme automatico e veloce che conduce il soggetto ad analizzare quanto esperito in modo globale e indifferenziato, attribuendo agli stimoli un valore (positivo, negativo, neutro). Questa rilevazione dell’informazione prende il nome di modalità di orientamento. Se allo stimolo viene attribuita una valenza negativa attraverso la modalità di orientamento, si attivano simultaneamente, e in modo automatico, schemi relativa alla minaccia. Tale modalità primitiva di minaccia rappresenta un sistema precoce di rilevazione di allarme, rapido e involontario. Successivamente si procede a una rivalutazione elaborativa secondaria che può correggere o meno gli schemi di minaccia attivati mediante una valutazione cognitiva dello stimolo più realistica e costruttiva. È proprio la rivalutazione elaborativa secondaria a produrre l’aumento o la riduzione dell’ansia.

COME POSSIAMO IMPARARE A GESTIRE L’ANSIA?

Una buona notizia in materia di stress e ansia è che nessuno dei due è un destino inevitabile, qualcosa contro cui non possiamo combattere. La prevenzione primaria e secondaria sono la prima arma, uno strumento attraverso cui si promuovono competenze specifiche, abilità, strategie che possono essere di grande utilità per anticipare il pericolo e gestirlo in maniera efficace “prima che peggiori”. Questo passo non può però prescindere da un momento fondamentale, quello che si basa sulla conoscenza del fenomeno, sul sapere cosa sono ansia e stress, come si legano tra loro, quali sono i fattori che li causano e soprattutto come riconoscerli, a partire dall’ascoltare quali sono le nostre sensazioni, emozioni e pensieri. Sebbene quindi l’ansia abbia un significato primariamente protettivo e finalizzato alla sopravvivenza, in quanto tanto negli animali quanto nell’uomo essa ci consente di “allertarci” di fronte a un pericolo e agire per evitarlo, la maggior parte delle persone la considera come negativa, ne è spaventata, vorrebbe non averla. Quasi nessuno sa distinguere quella che è un’ansia normale da un’ansia patologica, che per sua durata, intensità e gravità invece che aiutarci a raggiungere l’obiettivo desiderato lo ostacola, ci danneggia, ci affatica. Il limite fra la normalità e patologia va rintracciato quindi nell’influenza che queste emozioni negative hanno sulla qualità della vita della persona: se è tale da impedire una buona qualità della vita ad esempio impedisce di andare a lavorare, di uscire di casa, di esprimersi e di realizzarsi, si tratta di un’ ansia patologica. Ed è in questi casi che il rischio maggiore per l’individuo è quello di sviluppare una vera e propria patologia psichica, un Disturbo d’Ansia. Il caposaldo della terapia cognitivo-comportamentale dei disturbi emotivi e quindi anche dell’ansia è: “ Il modo in cui pensi influisce sul modo in cui senti”. Le persone durante un episodio di ansia non riescono a comprendere che i loro pensieri influenzano notevolmente i loro stati d’animo e che giocano un’importante funzione di mediazione tra la situazione e l’emozione con la conseguente reazione fisiologica e tra la situazione ed il comportamento. Per la psicoterapia cognitivo comportamentale, quindi, il tuo coinvolgimento è attivo e determinante nella nascita e persistenza dell’attacco, frutto di un processo continuamente rinforzato da vari aspetti, su cui ha più controllo di quanto tu stesso possa credere. E dal momento che la tendenza ad utilizzare le proprie emozioni come fonte di informazione e valutazione costituisce un meccanismo fondamentale nei disturbi d’ansia, il vero problema è il modo in cui interpreti la tua stessa ansia, cosa dici a te stesso, quando sei in ansia. Probabilmente avrai pensieri del tipo: “ Se mi sento ansioso allora ci deve essere un pericolo”. Se pensi che avverrà una catastrofe e che non sarai in grado di affrontarla, le sensazioni di ansia e paura si intensificheranno. Durante un percorso di psicoterapia cognitivo comportamentale si potrà capire che l’ansia aumenta quando la persona si concentra sulle sensazioni del corpo e sui pensieri catastrofizzanti ed il compito del terapeuta sarà quello di consentire al paziente di avere degli strumenti adatti al suo specifico problema per affrontare e gestire la sua ansia. Il trattamento dell’ansia quindi nell’ambito della psicoterapia cognitivo-comportamentale comporta l’eliminazione o la riduzione del sintomo, e successivamente il raggiungimento di un adeguato adattamento dell’individuo stesso all’ambiente mediante l’utilizzo di tecniche comportamentali e tecniche di ristrutturazione cognitiva. Il trattamento per la cura dell’ansia prevederà un lavoro di ricerca e valutazione delle aspettative e degli schemi cognitivi abituali e di una conseguente ricerca di schemi alternativi e più funzionali, atti a migliorare la qualità di vita.

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