Le bellezze sconosciute di Montecorvino, la cappella della Madonna delle Grazie

Uno scrigno di storia e arte attraverso 5 secoli

Affreschi di fine 400 e stucchi tardo-barocchi ornano il pregevole monumento

di Andrea Bignardi

Un’oasi di storia e spiritualità nel cuore dei Picentini. Potrebbero essere queste le parole capaci di definire, da parte di un non addetto ai lavori, la cappella gentilizia di Santa Maria delle Grazie a Montecorvino Rovella. Una chiesa storica e al contempo integrata armonicamente nel centro abitato circostante, ma che al tempo stesso spicca con la sua facciata, tra gli edifici espressione di un’architettura rurale del secolo scorso. L’identità dei suo luoghi non è più quella di cinque secoli fa, periodo storico a cui risale la fondazione (1491), da parte di Don Gennaro Maiorini, rettore, che svolse il suo servizio sacerdotale nelle diocesi di Acerno e Salerno. La facciata di ingresso era infatti di linee severe, molto più semplice di quella attuale, mentre gli interni erano ornati da affreschi di pregiatissima fattura, portati alla luce soltanto dai recenti restauri. Le decorazioni parietali non rappresentano, come potrebbe apparire per via della loro indubbia bellezza ed organicità, un ciclo omogeneo che si sviluppa, come spesso accade in edifici religiosi, in un unico racconto. Si tratta, invece, di ex-voto, dedicati a figure sacre senza particolari connessioni narrative: tra di essi spiccano le figure di Sant’Antonio Abate, San Giovanni Battista e della Vergine in trono con il bambino, tra i pochi elementi che risalgono all’originaria fondazione della chiesa. L’edificio fu infatti sottoposta a numerosi interventi di rimaneggiamento, il primo e più importante dei quali fu nei primi anni del 1700, quando si rese necessaria un’opera di restauro visti i danni recati alla struttura stessa dell’edificio dal devastante terremoto del 1688. A quell’epoca risale la gran parte delle decorazioni a stucco oggi presenti (realizzate dal maestro Nicola Lanzetta, ndr), che in armonia con il gusto dell’epoca divennero l’elemento dominante della piccola chiesa. A quell’epoca risale anche uno degli elementi centrali dell’altare maggiore, ovvero una scultura lignea raffigurante la vergine delle Grazie, risalente al 1706 ed eseguita dal maestro Nicola Lanzetta. Ma il settecento, ed in particolare gli inizi del secolo, furono un’epoca florida non soltanto per questa importante testimonianza storico-culturale della cittadina picentina, ma anche e soprattutto per il suo duomo, dedicato ai Santi Pietro e Paolo e restituito alla fruizione del pubblico a partire dal 2002 dopo oltre un ventennio di chiusura dovuta ai danni subiti a causa del sisma del 1980. L’altare maggiore, in stile tardo-barocco e di forte impatto visivo, risale infatti al 1717, costruito dal maestro marmoraro napoletano Carlo Arimoro, e integrato nel 1720 delle zone centrali tra il tabernacolo e i due angeli, la cui costruzione viene affidata ad altri due artisti nel 1727. È sovrastato da una pregevole tela di Andrea Daste, la Comunione degli Apostoli, per volontà del monsignor Antonio Menafra, allievo di Francesco Solimena che aveva lavorato negli anni precedenti alle tele del soffitto della cattedrale di Amalfi ed alla tela centrale della cattedrale, il Martirio di Sant’Andrea. In quest’opera appare un carattere antibarocco, ispirato alle innovazioni apportate dal suo più celebre maestro napoletano

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