CORONAVIRUS,IMPERATIVO:“Non abbassare la guardia”

L’appello di Fabio Memoli, infermiere salernitano in trincea: “Abbiamo vissuto momenti drammatici, i giovani non ne sono consapevoli”

di Andrea Bignardi

Non abbassare la guardia diviene la regola più importante da seguire in un periodo come questo, nel quale i casi di Coronavirus in Campania e soprattutto nel salernitano, riprendono ad aumentare dopo oltre due mesi di tregua, ad un ritmo che, come nel capoluogo, è ancora maggiore rispetto alle fasi più difficili dell’epidemia. Segno che purtroppo, differentemente dalle aspettative iniziali, il caldo non ha avuto ripercussioni particolari su un virus capace ancora di diffondersi, soprattutto tra la popolazione più giovane, oltre che di uccidere, seppur in minor modo rispetto ai momenti più critici dell’emergenza. E l’appello a rispettare scrupolosamente il distanziamento sociale, l’uso corretto della mascherina e l’igiene continua delle mani può trovare terreno ancor più fertile se a rivolgerlo è un infermiere, un uomo che ha combattuto in trincea nei mesi drammatici del picco pandemico, nell’ospedale Covid di Chieti, Fabio Memoli. “Le persone si stanno purtroppo rilassando in modo eccessivo – afferma – In molti casi non sanno ancora bene cosa noi operatori sanitari ed i nostri pazienti abbiamo vissuto”.

Fabio, dove ha vissuto la pandemia “in trincea”?

“Ho vissuto la pandemia all’ospedale Covid di Chieti, in Abruzzo. Svolgo, di base, le funzioni di caposala in emodinamica quindi ero meno abituato alla corsia rispetto ad altri colleghi. Ciononostante, abbiamo vissuto difficoltà legate proprio all’inesperienza di alcuni colleghi, in un contesto tra l’altro mai sperimentato in precedenza”.

Dunque è stato più difficile adattarsi alla difficile vita di corsia?

“Gli infermieri presenti a Chieti erano, però, tutti interinali, con un contratto a tempo, e con un’esperienza pregressa di non più di sei mesi. Anche il personale medico era composto da specializzandi a partita Iva. Mi sono ritrovato dunque in una divisione di medicina Covid con trenta pazienti allettati, che provenivano dalle Rsa e che morivano ad un tasso di due o tre al giorno. È stato anche devastante lavorare con i dispositivi di protezione individuale. Non potevamo bere né fare i bisogni una volta indossati questi dispositivi. Menomale che la fase più critica è avvenuta in estate, altrimenti ci saremmo dovuti ritrovare con le finestre aperte, e senza poter utilizzare l’impianto di climatizzazione perchè la ventilazione forzata può contribuire a diffondere il virus”.

Quando è giunto a Chieti che situazione ha trovato?

“Prima della partenza, ad inizio di Aprile, era il momento di picco massimo dell’epidemia. Addirittura le chirurgie erano state riconvertite in reparti Covid, c’erano sei medicine Covid e la rianimazione. Ho avvertito molto quest’emergenza tanto che dalla mia famiglia mi ero già isolato due mesi per evitare che potessero esserci contatti con positivi. La settimana dopo la mia partenza, piano piano, si sono iniziati a chiudere i reparti dedicati ai pazienti affetti da Coronavirus”.

Quali sono stati i momenti più toccanti che l’hanno maggiormente colpita durante la fase più difficile della pandemia?

“La sofferenza e la solitudine con la quale i nostri degenti erano costretti a combattere contro la malattia. I parenti erano fuori, ai pazienti mancava il loro affetto. A volte la notte riuscivamo a connetterli tra di loro con l’utilizzo di tablet. Molte volte capitava che proprio il paziente che aveva conversato con i suoi parenti la sera precedente, il giorno dopo morisse, in piena solitudine. Per non dire, poi, delle difficoltà successive alla morte nella gestione delle salme, di cui preferisco non parlare per non urtare la sensibilità dei nostri lettori. I parenti non potevano nemmeno accedere in ospedale, ma soltanto telefonare. Inizialmente gli ospedali non erano nemmeno forniti di tablet: quindi sono stati tantissimi i pazienti, magari anziani e già particolarmente debilitati sia fisicamente che psicologicamente, morti senza poter nemmeno salutare i propri cari”.

Nelle ultime due settimane, e particolarmente negli ultimi giorni, stiamo assistendo ad un aumento dei ricoveri. Segno che la base sommersa di infetti è probabilmente più ampia rispetto alle ipotesi e che il virus sta tornando a circolare con più prepotenza. Rischiamo una seconda ondata o si tratta di focolai sotto controllo?

“Ciò che mi spaventa è proprio il mancato rispetto delle regole di protezione. Bisogna rispettare minime regole di precauzione, ed essere soprattutto più attenti in generale. Da questo punto di vista, considero i giovani la categoria più a rischio. Nelle discoteche, almeno da quello che vedo attualmente, vedo una massa di ragazzi che entra dopo la mezzanotte. Una massa incontrollabile anche nel caso di un’eventuale procedura tracciamento dei contatti”.

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