L’ANNO SENZA PRIMAVERA

di Vincenzo Benvenuto

Pensavamo di averle viste tutte, e invece ci è toccato pure assistere al primo anno senza primavera. Dal 9 marzo al 18 maggio, infatti, tutti gli italiani, più o meno a ragione, sono stati raggiunti dalla stessa misura cautelare: un arresto domiciliare lungo quanto lo stivale. Le pareti domestiche, insomma, hanno assunto le sembianze di novelle colonne d’Ercole a difesa della nostra quotidianità: l’oltre è stato ben presto relegato alle suggestioni della fantasia e alle centellinate evasioni tollerate dal potere costituito. Il solco di Romolo oltre il quale c’è il fratricidio “causa covid”, è stato tracciato lungo i confini delle abitazioni in quarantena: al di là, come scrivevano gli antichi cartografi per indicare le zone ancora inesplorate dell’Africa, “sunt leones” (ci sono i leoni). Eppure, fuori i termini della nostra operatività, il grigiore dell’inverno ha come sempre lasciato il posto all’incipiente primavera. E senza l’impronta ecologica dell’uomo troppo spesso devastatrice, il manto della nuova stagione si è sciorinato sulle fattezze della terra con una leggiadria mai vista prima. Quella primavera che ogni anno ci ha fatto metabolizzare l’inverno e ci ha equipaggiati con il vestito buono per l’orgia estiva, ha saltato un giro. Nel nostro animo, a conti fatti, verranno a mancare i giorni spesi a trarre insegnamenti dall’inverno appeno trascorso, così come quelli costellati di progetti con cui puntellare le ore miti. La conseguenza di tutto ciò, è sotto i nostri occhi. A ogni angolo di strada, vedi gente incompiuta, desiderosa di colmare la fase mancante con un surplus di energia sprecata nei mille rivoli dell’inconcludenza. Siamo circondati da persone accelerate, su di giri, proprio come il motore della barca descritto da Luciano De Crescenzo: un motore, cioè, continuamente spinto al massimo che, senza la resistenza del mare in grado di dargli un senso, inevitabilmente si fonde. La stessa cosa capitata a noi reduci dal lockdown, che nella bramosia di recuperare la primavera interiore mai sbocciata, ci consegniamo alle lusinghe di un’estate senza freni. Col rischio, manco a dirlo, di tuffarci in un mare troppo impetuoso per le nostre braccia private da una stagione di allenamento: la primavera, nel caso di specie, la cui interiorizzazione ci avrebbe preservato dai gorghi della banalità.

Rispondi